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Memorie orali di un soldato-contadino toscano (1941-1947)

Autore : 
AGOSTINI Natale
Intervista realizzata da Urbano Cipriani
Trascrizione di Viviana Agostini-Ouafi
Edizione critica, avvertenza e note di Viviana Agostini-Ouafi

Avvertenza

L’intervista-video di Natale Agostini è stata fatta da Urbano Cipriani il lunedì 10 ottobre 2005 ad Avena, frazione del comune di Poppi in Casentino (AR). La trascrizione dell’intervista in toscano, e poi il suo adattamento in italiano regionale parlato, sono invece opera di Viviana Agostini-Ouafi che ha anche proposto il titolo generale qui dato all’intervista. La divisione in Prima e Seconda parte è già presente nella registrazione video. I capitoli in cui è suddiviso il racconto sono stati invece introdotti dalla trascrittrice per facilitare una lettura cronologico-tematica del testo narrativo: essi indicano le variazioni di situazioni, luoghi e tempi in quello che di fatto è un racconto-fiume di un’ora e quaranta minuti, di rado interrotto dall’intervistatore. Gli interventi di Urbano Cipriani, spesso di ordine fatico, sono sempre in corsivo ; quelli della trascrittrice, in corsivo tra parentesi tonde nel corpo stesso del racconto, descrivono soprattutto i gesti che accompagnano il discorso dell’intervistato. Le note a piè di pagina apportano informazioni complementari di vario tipo e, talvolta, segnalano le più o meno leggere imprecisioni cronologiche, rispetto ai lontani eventi storici trattati, che sono inevitabili in una narrazione di natura esclusivamente orale.

Ricordiamo che esiste di questo racconto una versione originale in toscano nord-orientale 1Questa versione in vernacolo toscano accompagna il video dell’intervista nella sezione del sito web dedicata alle testimonianze audio. La trascrittrice ha cercato di rispettare il più fedelmente possibile gli aspetti fonico-ritmici, lessicali e sintattici del parlato del locutore. Il suo adattamento in italiano regionale parlato ha come scopo, da una parte, di facilitare la comprensione dell’intervista (nel video e nella trascrizione originale) e, dall’altra, di aumentare la leggibilità delle traduzioni fatte in varie lingue straniere: prima di tutto in francese — per le relazioni culturali privilegiate che legano in particolare la Toscana e la Normandia — ma anche in croato, in tedesco e in inglese, ovvero nelle lingue delle forze civili e militari incontrate dal testimone-narratore durante le sue peregrinazioni di guerra in Europa.

Natale Agostini, nato il 23 aprile 1923, è morto il 2 novembre 2005, all’età di 82 anni, in seguito a un incidente stradale. Quest’unica intervista, eseguita da Urbano Cipriani pochi giorni prima del decesso, ha permesso di dare una forma duratura, orale e scritta, al flatus vocis di quest’esperto narratore orale, di tramandarne le memorie — testimonianze incredibili ed esemplari di guerra e di fratellanza — e di conservare un campione di lingua toscana parlata che nessuno dei figli, cresciuto e scolarizzato nel secondo dopoguerra, potrà tramandare così schietto e saporito alle generazioni future.

PRIMA PARTE

Visita militare e arruolamento2Inizio febbraio 1941. Il testimone citerà poi varie volte nel corso dell’intervista (cfr. il secondo capitolo) la data dell’8 febbraio 1941 come giorno in cui viene arruolato nell’aviazione ed inizia a frequentare i corsi della scuola militare.

Natale AGOSTINI — Io mi presentai alla visita a Arezzo, allora il3Perché il lettore possa avere un’idea delle modalità da noi assunte nell’adattare in italiano regionale l’intervista originale in toscano, limitandoci al caso assai rappresentativo dell’articolo «il», possiamo segnalare che il locutore usa tale forma solo nei rari momenti in cui controlla la qualità della propria dizione (nell’incipit per esempio, come anche nei passaggi più significativi del racconto), per il resto, ovvero quasi sempre, abbiamo diverse varianti toscane nord-orientali che dipendono dal contesto fonico-ritmico: «el, er, ’r» con mancata chiusura di /e/ protonico, spesso rotacismo di /l/ (per cui /l/ > /r/) e sovente aferesi vocalica di /e/. Abbiamo privilegiato l’adattamento in italiano regionale per garantire la leggibilità e la traducibilità del testo. Una trascrizione molto fine in vernacolo, che tenga conto di tutti i fenomeni linguistici caratteristici, accompagna invece il documento video. distretto era a Arezzo. E siccome fui uno dei primi chiamati, o perché chiamavano in ordine d’alfabeto o perché non lo so, ma sarò stato esaminato una diecina… il decimo l’undicesimo il dodicesimo, sicché in poco tempo io uscii di là fatto abile. Veggo4Variante letteraria e toscana di «vedo», usata in questo contesto nel senso di «capisco». bene, non è che abbia domandato dove mi mettevano o dove non mi mettevano. Esco fuori e trovo uno, Monsignor Guerri, di qui d’Avena.

URBANO CIPRIANI — Ah, l’ho conosciuto 5Gli interventi di Urbano Cipriani saranno d’ora innanzi indicati in corsivo ed introdotti con le iniziali del suo nome.!

Non amico e basta, era più che amico della mia famiglia e gli dico…

(il Guerri a lui:) «Oh, Natalino6Diminutivo del nome proprio Natale.

«Eh — dico — ho passato la visita ora, ho bell’e7La locuzione «bell’e» (+ participio passato) indica un’azione «definitivamente» compiuta. passato la visita — dico — non ci sarebbe mica modo di sapere dove mi hanno messo?» Siccome lui a Arezzo li conosceva tutti e era uno che sapevo che in qualsiasi posto che andava gli davano udienza.

Disse: «Aspetta un po’, vo8Variante toscana o letteraria di «vado». a vedere.»

E dopo un9L’articolo «un» significa qui «circa». dieci minuti tornò giù: «Sì, t’hanno messo nel 6° Bersaglieri a Palermo.»

«Madonna bona10L’aggettivo «bona» ha il rimonottongamento tipico toscano rispetto alla forma dell’italiano standard «buona». Rinunciamo a segnalare i numerosi rimonottongamenti presenti nel parlato dell’intervistato. — dico — come si fa, nel 6° Bersaglieri a Palermo — dico — dopo tre mesi sono in Africa.»

U.C. — Eh! eh! eh!

«Lei guardi un po’, guardi un po’ se... se mi potessero cambiar posto, dove vo vo, a me mi11Ripetizioni tipo «vo vo» e forme ridondanti come «a me mi» sono caratteristiche del parlato. sta bene dappertutto.»

Tornò in su, disse: «Eh, no, hanno bell’e fatto il blocco dei numeri di quelli che devono mandare.» Insomma, dice: «No, non c’è niente da fare.» «Madonna bona, non ci vo volentieri.» Allora mi dice lui: «Vieni via con me, si va all’aeroporto: so che c’è un arruolamento volontario in aviazione.»

Si va all’aeroporto, c’era un capitano che si davano del tu, così come se fossero fratelli: «Eh — dice — no, la domanda… è bell’e chiuso l’arruolamento, però ancora sono… ancora a Roma ce n’è parecchi alla visita.» Perché la visita per gli specialisti d’aviazione, non era che la si facesse lì, s’andava a Roma, era un’altra visita molto diversa. E gli dice questo capitano, a lui: «Sennò, si fa una cosa — dice — vai a casa, vai in comune e fatti fare questi fogli», quei fogli che erano necessari per andare a quell’arruolamento. Dice: «E domattina tu ritorni qui, te li metto io tutti in una busta e ti mando direttamente dov’è, dove c’è la visita, ancora hanno da visitarne tanti.»

Vengo a casa, vo in comune, in comune c’era il povero Elia, la Mariettina e il Lanini… Come si chiamava, Franco? No, il Lanini, quello che aveva sposato la sorella del Toni di Ponte a Poppi. Insomma, c’erano questi tre. E io arrivai preciso, perché ripresi il treno di laggiù alle undici. A mezzogiorno, insomma quand’andai, ancora era aperto l’ufficio. Fosco! Lanini: ecco ora mi ricordo il nome. Mi dissero, sia Fosco che Elia che la Mariettina: «Tu vieni domattina alle otto, le otto e mezzo, perché li deve firmare il Simoni», era… non sindaco, aspetta, allora non c’era il sindaco, c’era un’altra carica che faceva...

U.C. — Il podestà

Il podestà, il Simoni.

La mattina vo a quell’ora, tutto è pronto, mi danno, prendo tutti questi documenti, parto con il treno delle dieci e mezzo, c’era un treno, vo ad Arezzo, alla stazione c’è a aspettarmi il Monsignor Guerri, si va all’aeroporto, c’è questo capitano, mette tutti questi fogli in una busta grande e mi ci fa l’indirizzo: Ripa Grande, numero 31, Roma.

Dice: «Qui, c’è dove fanno la visita che ancora ce n’hanno parecchi da visitare.»

Arrivo lì. Mi disse questo capitano: «Tu, al portiere, quando arrivi, gli consegni questa lettera.»

Gli consegno questa lettera, l’apre, guarda un po’, e poi dice: «Va bene, vai là» e quella lettera la manda... la manda là.

Per far corto il discorso, perché mi dovevano chiamare anche me, e infatti... La sera non mi chiamarono, la mattina dopo fui chiamato anch’io: mi passarono la visita, poi, dopo passato la visita — sono visite un po’ complicate, c’è il trabocchetto12Nel senso concreto del termine: una delle prove consisteva nel non perdere l’equilibrio cadendo all’improvviso dall’alto di un trabocchetto in uno spazio sottostante e nell’eseguire subito una serie di ordini., c’è cento cose — dopo passato la visita, ci sono tante prove, ora per dirti in poco... per esempio, un foglio come mezzo giornale con cento domande, tu devi rispondere a tutte quelle domande poi, non so, una scatola composta di trenta quaranta pezzetti, tutta piena, te la vuotano e tu la devi riempire piena in quella maniera, sempre in quel dato tempo, capito, poi... tante piastrine, tonde così..., una di dieci grammi, una di undici, una... ce n’era trenta, fino a quaranta, tu le devi rimettere in fila tutte per il peso progressivo, poi... un’altra, un’altra fila, altre trenta piastrine, no quelle erano venti, venti piastrine d’un colore rosso, però: sempre un rosso più acceso, tu le devi rimettere a posto tutte in quella maniera. E insomma, poi cento domande e cento prove.

Dopo fatto tutte queste domande e queste prove, ma ne scartavano una massa13Ovvero una grande quantità., quelli che ritenevano abili, idonei da una parte e quegli altri a casa. Dopo quattro giorni che finisce quest’esame, si parte, si parte e si va in un..., ci portano in un’aula molto grande che ci s’era intorno dugentocinquanta dugentosessanta persone14La proposizione «che ci s’era intorno dugentocinquanta dugentosessanta persone», introdotta da un «che polivalente», significa «in cui eravamo circa dugentocinquanta dugentosessanta persone». «Dugento», variante letteraria e toscana di «duecento». e si mettono lì, chiamano... ognuno, lì, li chiamavano per ordine d’alfabeto. Me mi chiamarono... ci fu due o tre Abbondanza, due o tre... diversi Acciai, insomma anche lì, me, Agostini..., mi chiamarono presto. Mi chiamarono presto e si mettono a controllare tutti i documenti, tutti i fogli e poi dice:

«Ma questo, chi ce l’ha mandato?! Ha la quinta elementare!»

Io invece regolarmente avevo fatto la terza, poi avanti di andare a fare il soldato avevo preso la licenza di qui, privata15Dei cinque anni di scuola elementare, Natalino ha quindi effettivamente frequentato solo i primi tre. Per ottenere la licenza elementare, gli ultimi due anni ha studiato da privatista..

Dice: «Questo mandalo là, questo bisogna rimandarlo a casa!»E danno il mio fascicolo, là, a un tavolino, al tavolino c’era un tenente che ricontrollava tutti questi documenti. Dopo poco, verso il ventesimo, il trentesimo, un certo Benedetti Giuseppe di Tuscania, in provincia di Viterb... di Grosseto: «Anche questo, chi ce l’ha mandato?! Eh, mettilo lì.» Anche quello mettilo lì, e questi documenti, i suoi documenti, passavano a quest’ufficiale. Arrivati in fondo: «Eh, vedi, questi si rimandano a casa.» Perché non si poteva accedere a quelle scuole, se non si aveva come minimo la terza media. Allora c’era la Commerciale..., la terza media c’era di due qualità.

U.C. — Sì, l’Avviamento...

L’avviamento..., insomma di due... di due bastava averne uno16Il ciclo scolastico dopo la scuola primaria (le Elementari), quello della scuola secondaria di primo grado (le Medie), in Italia dura tre anni..

Dice: «Questi si mandano a casa». Dice, questo tenente... Perché poi tante prove, vedi, [caduto] giù dal trabocchetto tu dovevi leggere subito quello che ti dicevano, tu dovevi marcare, toccare i pulsanti che ti dicevano... Insomma, t’ho detto: ci si stette quattro giorni a fare le prove, quest’esami. Dice questo tenente: «Ma io questi due ragazzi li manderei tutt’e due a fare il corso. Hanno delle doti che in quattrocento allievi che è partito, se ce n’è dieci che hanno le loro doti è difficile, hanno delle doti fisiche insomma...» Dice: «Tanto ogni due mesi, non c’è l’esame?» Ogni due mesi facevano un esame là, e quelli che non raggiungevano quella graduatoria: a casa! Capito?

U.C. — Quindi, c’era modo...

Eh, c’era modo... «Ma...», dicono quegli altri allora. Lui dice: «Via, allora, mandiamoceli.» E ci mandano a fare il corso.

Scuola militare e squadriglia cacciabombardieri17 8 febbraio 1941 – 8 settembre 1943.

Il primo corso si fa a Ascoli Piceno, sotto le direzioni dell’ingegner Cesàri, un anno. Il secondo corso, un altro anno, di pratica però. Si va a fare il corso, i primi due mesi noi non ci esaminarono, né me e né questo Benedetti perché, in realtà ti dico, il programma partiva a un’altezza che noi non se ne capiva niente, tu capisci. Se uno dalle Medie...

U.C. — Certo!

... tu lo mandi al Liceo, sai, è lì, ma uno che ha fatto la quinta tu lo mandi al liceo, capisci... Però, s’era due... ci avevano messi insieme nel banco, ma s’era due che ci si dava da fare, ma da fare parecchio, capito? La sera, tutte le sere, veniva il direttore di corso in aula. Perché noi si partiva la mattina alle otto e si tornava a mezzogiorno, si ripartiva alle due e si tornava alle sei. Dopo le sei, dalle sette in poi, ci s’aveva due ore di sala obbligatoria, di studio obbligatorio, con un sottufficiale che ci guardava. Finito queste due ore, chi voleva rimanere rimaneva e chi voleva andare a letto andava a letto. Ma noi s’era di quelli che si rimaneva tutt’e due perché... perché ci piaceva studiare.Si rimane male a volte, studiando, venendo a conoscenza delle cose, della realtà, che specialmente nell’elettrotecnica nelle... — ché quello era il ramo, s’era sedicesimo connettrici elettromeccaniche di bordo, era il ramo primario ch’era il nostro — ci si interessava. Tanto per dirti, ci s’aveva un’ora ogni... due ore per18Tipico esempio di «mutamento di progetto» del locutore che corregge subito di seguito la sua stessa affermazione: non un’ora ma due ore ogni settimana. settimana del corpo umano. Ma io quella... quando facevo quell’ora del corpo umano, si faceva un’ora il martedì e un’ora il sabato, poi la notte non andavo nemmeno a letto per istudiare19L’/i/ prostetico prima di /s/ impura e dopo consonante, come in questo contesto preciso, è ormai da considerare un fossile linguistico giacché è ancora oggi riscontrabile in Toscana solo presso locutori molto anziani. Le prime attestazioni del fenomeno invece sono state rilevate in alcuni graffiti di Pompei del 79 d.C. perché nelle scuole militari, se uno ha voglia di studiare, studia quanto gli pare!

Allora. Cosa succede. Nelle ore che si rimaneva, non obbligati ma con la volontà, dopo le due ore di obbligo, veniva sempre il direttore di corso.E diceva: «Voglio interrogare qualcheduno di voi.» Perché a scuola se uno prendeva dieci su venti: niente; undici... no, dieci su venti: un giorno... una notte in prigione; undici su venti: niente prigione, niente premio; quindici su venti: niente prigione, niente premio; sedici su venti: un permesso serale, perché la libera uscita s’aveva solo la domenica, capito?, non era... quegli altri giorni la libera uscita non esisteva; diciassette su venti: due permessi serali; diciotto su venti: tre permessi serali.

U.C. — Eh! eh!

Venti su venti non lo davano a nessuno ma, diciotto, io l’ho preso diverse volte. Ma, ti parlo... A quattro mesi, mettono sotto esame anche noi. Di già, ne avevano mandati via una cinquantina o sessanta: nei primi due mesi, proprio a quei... alle teste buche20Variante regionale di «bucate». eh... non dettero la sufficienza a nessuno. In poche parole, quattro mesi, ci dettero la sufficienza a tutt’e due, sia io che questo Benedetti. A sei mesi poi, non se ne parla. Allora ti dirò che, a sei mesi, a sei mesi, prima di compiere sei mesi, io ebbi un paio di permessi perché ci faceva le domande, interrogava quelli che erano lì, poi diceva: «Chi è di voi che lo sa?» Bastava che uno lo dicesse e aveva un permesso serale. Però, quello che teneva là, in tempo ch’aveva quello là, praticamente ne interrogava anche altri, perché se quello là, alle domande che faceva, non gli sapeva rispondere, in poche parole lo richiedeva... lo richiedeva al branco e qualcheduno c’era sempre... Manda su il coso!! (Rivolto a Urbano, indicando il finestrone)

U.C. — Sì, sì.

... che poteva rispondere. Cosa successe: allora a me, mi succedeva, per esempio, io sono uno che, ora meno, ma allora mi sudava parecchio i piedi e le calze in quattro e quattr’otto le lavavo da me e le tritavo tutte. E ogni volta che..., la prima volta che non sapevo come fare, mi misi in rapporto... chiesi di andare in rapporto col comandante. Andai in rapporto col comandante, dico: «Signor capitano, io ho questo difetto...», così e così... «Non fa niente.» Faceva un bigliettino: «Vai al magazzino, ti bastano cinque paia? Quando le hai finite, lo ridici, ci ritorni.» Insomma, già si godeva di queste agevolazioni.Poi. Tu lo sai che dormire, dormire si dormiva nei letti a castello, s’aveva due lettini, ecco. Dopo un po’, uno, un certo Màngani, in tutti i modi voleva venire nel mio lettino, sopra al mio lettino, perché era uno che aveva la volontà di studiare, capito, aveva la volontà di fare ma non aveva il cervello.Dice: «Vengo, così anche la notte, quando mi ricordo, te lo domando, tu me lo dici.» E era già un qualcosa non indifferente.

Mi si raccomandava, mi diceva: «Il mio babbo è morto, ho la mia mamma sola, se mi mandano al... via21Mutamento di progetto: il locutore si appresta a dire «mandare al fronte» e poi corregge con «mandare via». — perché quelli che mandavano via, poi scrivevano dal fronte, o da una parte o da un’altra — muore anche la mia mamma, aiutami!»

E io l’aiutavo, capito, ma diversi! [ho persino aiutato] quelli che nel primo tempo mi chiamavano lo Zollone22Termine dispregiativo per indicare un contadino: le zolle sono i pezzi di terra compatta che l’agricoltore stacca dal terreno sodo con l’aratro., perché lì c’era [gente con] la professione, capisci.

U.C. — Ah! ah! ah!

«’U Zullone!!»23Articolo «lu» invece di «lo», tipico delle regioni centromeridionali, con aferesi consonantica «’u»., sai questi romani, parecchi a raccomandarsi... d’insegnargli. In conclusione s’arriva infondo al corso, non infondo al corso, il corso del primo periodo finiva di febbraio: il 22... Però, quando [il direttore di corso] veniva, diceva: «Voglio un volontario» ma volontari non andava nessuno. Allora prendeva l’elenco e chiamava sempre quelli... perché c’erano che erano ragionieri, c’eran che erano geometri, chiamava sempre quelli che avevano una certa cultura, non era che chiamasse o obbligasse uno che aveva la quinta elementare.

In poche parole, il 20 o il 21 di dicembre, viene e fa la medesima chiamata. O24Interiezione tipica toscana usata per introdurre un’esortazione o una domanda retorica e nelle risposte per esprimere meraviglia (forse forma apocopata di «ora»). te, era il capitano Pasinati di Pisa. Allora: «Voglio un volontario».

Mi alzo, perché bisognava alzarsi (leva ben alto il braccio destro agitando la mano) e dire... «Agostini Natale». «Oh, vieni! Almeno tu sei un toscano, ci si capisce!» (Sorride, lisciandosi i capelli con soddisfazione).Vado là e mi fa: «Oggi non vi domando le cose della scuola, io vi domando quello che mi pare e voi mi rispondete quello che potete, se anche non rispondete mai non avete nessuna punizione, se rispondete da meritarvi qualche permesso, si dà: state sicuri che ve lo do.» Mi chiama là, e mi fa tante domande. Io con calma, ma, meglio, nel meglio modo possibile che potevo, gli rispondevo.

E dopo avermi fatto una diecina di domande, mi disse: «Senti, ora te ne voglio fare un’altra. Vedo che tu mi hai risposto... Non sei and... la tua risposta non è fuori della domanda che ho fatto, non ce n’è una che tu m’abbia risposto fori della domanda, tutto di fora25Due varianti letterarie e toscane, «fori, fora», dell’avverbio «fuori».. Ora te ne fo un’altra. E ti dico: Come tu fai a risp..., come t’hai fatto a rispondermi che vedo che hai la quinta elementare?»

Allora, non ebbi paura a dirgli: «Sì però, la quinta elementare l’ho presa da privato: regolarmente ho fatto la terza elementare.»

«E in queste domande26In questo contesto, il termine «domande» va letto come «risposte». non sei mai andato fuori della domanda.»

«Ma — gli dissi io — senta, quelli che hanno definito questi argomenti, queste leggi, perché poi gli argomenti si riducono in poche parole con la sostanza concreta dell’argomento, sono persone che hanno studiato e che hanno un cervello non indifferente, io non ho un cervello come loro, per carità, e studiare non ho studiato per niente: non posso definirle come loro. Cerco di dargli un’idea, al massimo, per lo meno, di avere compreso in parte l’argomento.» «Ora te ne fo un’altra — mi disse — e se tu mi rispondi bene — disse — ci sarà un premio.» Oh! Io stetti lì a ascoltare: ce n’è un’altra. «Quant’è che non sei stato a casa?»«Eh, da quando venni via — dico — dall’8 febbraio.» «Ma, tu ci andresti volentieri?»

U.C. — Eh! eh!

Dico: «Sono un professore, uno scienziato che meglio di me non può rispondere nessuno. Senz’altro, la27Forma aferetica, sovente ridondante, al contempo letteraria e toscana, del pronome soggetto «ella». si figuri.» «Domattina, vai in fureria: c’è cinque giorni di licenza più il viaggio.»L’unico ( sollevando l’indice sinistro), perché fino che non si finiva il corso non c’era la licenza per niente: l’unico ( sollevando l’indice sinistro ) che ebbi, che ebbe la licenza premio. Poi, vengo a casa. Di settembre... gli ultimi di giugno ci furono gli esami: io fui il dodicesimo promosso in graduatoria.

U.C. — Ultimi di giugno di che anno?

Nel 1900... 40... nel 1942. Un momento: del primo corso, eh?, non del secondo corso, capito!

U.C. — Sì, sì.

Non era il secondo corso. Il Benedetti fu il ventesimo, capisci? Io mi ricordo quelli che... Cardani, Pucci..., però, sai, c’era anche i figlioli dei colonnelli, c’era anche i figlioli dei capocci28C’erano i figli dei capoccia, dei gerarchi. Nel toscano parlato «c’era» è usato spesso al posto di «c’erano»., di gente... E poi si va al secondo corso, ci mandarono a Capodichino.

A Capodichino, sotto Napoli, si doveva stare un anno a Capodichino. Dopo dieci giorni, ci trasferirono, ci mandarono a Portorose, passato Trieste, in Slovenia, ecco. Perché? Perché in quei dieci giorni che si stette a Capodichino, non si potette andare un giorno a scuola. Davano bombardamenti, capisci, tutti i giorni c’era... la fine del mondo.

S’andò a Portorose. A Portorose si doveva stare, si doveva fare il corso un anno: sei mesi, alla fine di giugno ci passarono nelle squadriglie. Ecco, e me mi passarono alla trentaseiesima squadriglia cacciabombardieri, non la cinquanta... a Altura di Pola. A Altura di Pola, però, s’era in una squadriglia d’idrovolanti: la trentaseiesima squadriglia erano idrovolanti. Tanto per dirti, i primi... i primi di sett..., non i primi di settembre: ancora un po’ prima, ora i giorni non me li ricordo, ma... negli ultimi d’agosto, venne un fonogramma, si dovette andare a scortare delle navi che erano partite da Piombino e andavano in Sicilia a portare i rifornimenti, che ancora non erano sbarcati, capito, gli alleati29 Evento da situare al massimo alla fine del giugno 1943 o inizio luglio poiché gli Alleati sbarcano in Sicilia il 10 luglio.

Sì, sì. E quando si fu passato... s’era dodici apparecchi noi, quando si fu passato l’Isola d’Elba... l’Isola d’Elba di un centinaio di chilometri si sarà passato, n’arrivò di quegli americani, americani inglesi, n’arrivò saranno stati cento! Conclusione: di dodici apparecchi si rientrò sette, cinque andarono a finire in mare. Senti che lavoro che successe!

U.C. — Un bel battesimo.

Sì, ci abbatterono. E così via, si stette lassù, poi venne l’8 settembre.

L’8 settembre e il campo di prigionia slavo30 8 settembre – inizio novembre 1943. Dopo lo sbarco delle truppe alleate a Reggio Calabria, il governo del maresciallo Pietro Badoglio firma il 3 settembre l’armistizio di Cassibile tra l’esercito italiano e quello alleato. L’annuncio è fatto agli italiani alla radio l’8 settembre mentre gli alleati approdano a Salerno, sotto Napoli, e il governo, Badoglio e il re si rifugiano a Brindisi sotto la protezione degli anglo-americani. L’armistizio coglie completamente impreparate le forze armate italiane.

Quando venne l’8 settembre, noi non si ammarava sempre nella medesima posizione, perché ora vedi, geograficamente, se tu guardi la cartina, da Trieste, tutta la costa slava è tutta una direzione, sembra che sia tutta... invece da Trieste per andare a Zara, che anche Zara era italiano, ci saranno cento isole, capito, cento isole, cento... come si dice... cento golfi..., noi non si ammarava sempre a Altura di Pola, capito?, anche per non essere presi. Sono cose che non si... non le decidevo mica io, ma le decidevano gli ufficiali. Insomma, la sera del 7 settembre, si ammarò a quattro o cinque chilometri da Zara, sempre in territorio italiano, perché Zara, Zagabria, Lubiana... Fiume, Pola era tutta Italia. Nella guerra del ’15-’18 era stata presa, era tutta Italia ma un’espansione non inferiore alla Toscana. O te! La mattina, per far corto il discorso, si cominciò a sentire bisbiglìo lì... L’avevano bell’e visto quando venne giorno, le guardie, quelle del corpo, l’avevan bell’e visto che s’era tutti accerchiati, lì... dalle navi, con queste navi. In poche parole ci presero prigionieri, tutti. Scappare..., c’era anche chi arrivò all’apparecchio, ma con l’apparecchio non si può scappare se non si è fatto tutti i rifornimenti, se non s’è fatto...

E poi, per di più, verso la mattina, verso le otto e mezzo, quando ancora s’era lì, un giornale aradio31Fenomeno di concrezione parziale dell’articolo per cui il locutore pensa che il sostantivo in questione inizi per vocale: «l’aradio»., il generale Badoglio, trasmetteva questo telegiornale, di poche parole: «Italiani, il nemico comune è il tedesco. Per noi, il nemico comune è tedesco.»

Sicché, non è che ci si sia nemmeno ribellati. Poi ribellarsi, cosa tu volevi ribellarti, non si poteva mica fare niente di fronte alle mitragliatrici. Ci portarono via. Ci portarono in vetta a una montagna, noi, che è tra Zara e Sarajevo. Non s’era dimolto32 Toscanismo per «molto, parecchio». distanti né dall’uno e né dall’altro, ma insomma saranno stati di sicuro una cinquantina di chilometri, ecco. Portarono su tutta la roba dei magazzini che ci s’aveva, le gallette, la roba da mangiare portaron su. E lassù si fece una cap..., s’era a milleottocento metri, figurati, una capanna... sarà stata lunga sicuro una sessantina di metri, anche settanta, e larga, capito? Per far corto il discorso, lì si dormiva...

U.C. — Quanti eravate?

S’era, quando si andò su, s’era intorno dugento.

U.C. — Ma quelli che v’han preso, chi erano?

Erano i Titini33I partigiani comunisti del maresciallo Tito.. Però i Titini — ora sembrano cose buffe ma a dirti che non son cose buffe... — litigarono anche tra sé. Che erano belve si vide avanti che si rimanesse... perché tutti, tutti ci volevano pigliare perché s’aveva diversa roba, si portò su anche i viveri, scatolame, tanta roba: portare, avevano portato tutto lassù. I primi tre o quattro giorni, quando era l’ora di mangiare ci davano qualcosa anche a noi. Poi dopo otto giorni, a noi non ci davano più niente. Avevano poco anche per sé. Fecero presto a finire perché, specialmente la roba, non è che l’abbia presa tutta quel gruppo che prese prigioniero noi, la presero anche quegli altri, litigarono anche tra sé ma, la roba, un po’ la divisero. Ma insomma non era che si potesse andare a vedere noi come facevano.

Dopo venti giorni, venticinque, avevano finito ogni cosa, quella roba lì non c’era... non ce l’avevano più nemmeno loro. Loro andavano, scendevano un po’ più giù, e laggiù c’era i pastori, portavan su sempre due pecore, tre. Avevano una caldaia grossa in questa maniera (allarga le braccia): due, c’entravano bene. Avevano fatto con tre pali grossi in questa maniera (apre simmetricamente gli indici e i pollici), alti due metri e mezzo, messi lassù, poi con un filo d’acciaio tutto arrotondato, poi questo filo ricalava nel mezzo, giù c’era un gancio, un gancio grosso, ci attaccavano questa caldaia e fuoco sotto, la facevano bollire... mica meno, ma sette-otto ore, poi quando aveva bollito parecchio avevano un telo, c’era un posto un po’ piano, abbastanza grande, buttavan tutto sopra a quel telo, e poi la carne la pigliavano tutta, e gli ossi... — c’era certi sdruccioli34Pendio montuoso con forte pendenza. lassù, c’era i lupi, c’era... — li buttavano laggiù in quegli sdruccioli.

Io resistevo bene, perché, senti: io intanto incominciai... — lì c’era tutta la macchia, capito? — cominciai, quando avevo fame mangiavo quelle caccamelle35Toscanismo che sta per «bacche».. C’erano rosse, e certe cosine tonde, nere, dentro avevano certi semini con pelo, ma avevo i denti buoni, mangiavo, rosicavo... e ancora ho ottantatré anni non mi sono mai purgato, sicché anche lo stomaco l’avevo buono. Però, parecchi incominciarono a ciondolare. Poi la sete... la sete è più brutta della fame. Quando proprio piglia la sete che tu non... Non c’era lì l’acqua, non c’era lì l’acqua. Era un po’ lontano. E più di dieci metri non ci si doveva allontanare. Però, ogni tanto qualcuno andava... Insomma, una volta t’ho detto che a quella fontanina, a pigliare un po’ d’acqua così con le mani, ce n’era un branco. Arrivarono, sette-otto con... — sai, lì non scappi, perché avevano anche il mitra — li sgozzarono tutti. Però, anche tra sé l’ho visti sgozzarsi: di varie fazioni. Perché vedi, Monte Còrniolo te tu sai dove è, Monte Civitella ci sarà dugento metri in linea d’aria. Ecco, Monte Còrniolo c’era una fazione e in Civitella ce n’era un’altra. Quando si trovavano, quando litigavano tra sé, si sgozzavano: niente, vedi, chiappavano così (blocca con la mano destra la sua testa e, con la sinistra, tocca il proprio collo in modo rapido e orizzontale), un colpo di baionetta qui, quello cominciava a rantolare, casca in terra ma non seguita mica tanto di rantolare. Ecco, quella era la fine.

Allora. Cosa mi succede a me. Mi succede, che piano piano, il giro mi toccava farlo sempre più grande perché, in quelle macchie che c’è... che le avevo bell’e colte, [le bacche] non c’erano mica il giorno dopo! Mi toccava andare più lontano, no? Una bella volta, io, sarò stato a circa venticinque metri, dietro a uno scoglio mi vedo questo che mi spiana il fucile.

«Fermo! (fa un gesto, col palmo aperto della mano, in direzione del suo interlocutore) Non mi sparare! Non t’ho mica fatto niente a te! Io vedi, non ho niente (scostando i lembi della sua giacca). Io, del male, non te lo fo sicuro. Non importa che te lo dica, avrai visto prima di spararmi, prima di cosarmi con il fucile, te, tu m’avrai visto che io vado a cercare queste caccamelle, queste cose. Da mangiare, voi non ne avete nemmeno per voi, a noi non ci date niente, e io mangio queste perché... voglio vedere se non muoio, perché a casa ho il babbo, la mamma e sei fratelli, tutti più piccini di me. E anche te, penso che il babbo e la mamma ce li hai sicuro, ce li puoi avere, tu torneresti volentieri a casa tua anche te. Ma quelli che comandano, me m’hanno fatto essere qui, e te t’hanno fatto essere costì36Parola toscana e letteraria che significa: «in codesto luogo», ovvero un luogo situato lontano da chi parla ma vicino a chi ascolta.. Ora laggiù non ci puoi andare perché laggiù c’è i tedeschi. E quello che tu potresti fare a me loro lo fanno a te, sicché...»

O te, io incominciai a ragionare. Non sono uno, ora non sono più niente, ora non costo più nulla, ma, quand’ero giovane, n’avevo delle reazioni. Senza spaventarmi, non era che [davanti a] le cose strane perdessi il controllo. No, no, io reggevo sempre la mia situazione. E a questo punto, a forza di ragionare, incomincia che abbassa il fucile, capito?

U.C. — Mhmh!...

... che il fucile,l’abbassa.«Io ti ringrazio che tu non m’hai ammazzato — gli dissi — però, tu devi ringraziare anche me, perché, se tu m’ammazzavi, nella vita ti dovevi sempre ricordare d’aver ammazzato un ragazzo che ha la tua età, giù per su (di che classe sei, te? — gli domandai, da me a lui ci correva due o tre mesi —), che fare, non t’ha fatto niente, è lì perché l’hanno voluto mandare lì, e te tu l’ammazzi... Se hai un po’ di buon senso, tu devi avere un dispiacere incalcolabile. E se invece m’hai risparmiato, e mi risparmi, ogni volta che ti viene in mente questo fatto dovrai godere!»Guarda ( rivolto a Urbano ), io, anche ora, capita questi extracomunitari, tutti dicono... ma io li aiuto, tutti! Perché? Perché è un debito che ho con il mondo: li aiuto tutti! Perché? Perché m’hanno aiutato. O te, dico ( allo slavo ): «Senti, io voglio vedere se mi salvo la vita.» Dico: «Ascolta una cosa. Io di quassù, di vetta a questo monte...» C’era un vallone lungo, da milleottocento metri s’andava a dugento e tanti metri, dove c’era quelle viuzze che circolavano.Dico: «Io avrei calcolato qualche notte di scappare, di darmi prigioniero ai tedeschi, perché qui — dico — vedi, tu lo sai, noi s’era in dugento, siamo rimasti vivi una cinquantina.» I più ammazzati e diversi anche morti... morti: morti. Dopo due mesi, s’era per i Santi, passato i Santi, sicché dall’8 settembre a passato i Santi c’è un paio di mesi, c’è settembre-ottobre. Eh... senza mangiare, si muore. Sai, la mattina, la mattina non tutti s’alzavano, capisci, anche... In poche parole, gli dico: «Vedi, se quando casco nel fosso di là torno in qua, nel fosso di qua torno in là, io vado a finire laggiù in quelle straducole che si vedono, si vedono passare le camionette: quelli sono tedeschi sicuro.» «Sì, sì — dice — quelli sono tedeschi.» «Eh..., prima di morire qui, mi darei, mi do più volentieri prigioniero.» Lui mi dice: «Sì, sì. Però senti, fai una cosa allora...» Perché mi disse: «Se io t’avessi visto di notte venire giù, ti sparavo senza dirti niente, e anche un altro fa così. Io stasera alle dieci smonto di qui, son montato alle due, si fa otto ore. Smonto di qui. Dopo le dieci, non ci sono io, c’è un altro.»Perché loro, erano nati italiani. I suoi genitori no, ma loro erano nati dopo il ’18, dal ’18 loro [erano andati] a scuola italiana, loro parlavano italiano come noi. Parlavano anche lo slavo, però parlavano italiano, con noi parlavano italiano.

Lui mi dice: «Allora, guarda, io fino alle dieci ci sono. Tu guarda bene il posto e ripassa di qui, che io mica ti sparo! Capito?» Insomma, quando ci si lasciò, che gli detti la mana37Ovvero la «mano»: l’uscita femminile in –a è analogica., fu lui il primo a baciarmi! Come due fratelli!! Capito?!

E verso... Siccome di novembre, alle cinque, le cinque e mezzo toh, le sei è buio, è buio, capito? Io verso le sei, quando era buio bene, piglio la mia strada, giù giù, giù giù, giù giù, ripassai di lì, era ad aspettarmi dietro a quel sasso come... come m’aveva visto il giorno. Egli mi dice (con voce sussurata): «Sempre giù a diritto.»

Però allora, allora era bufato38Toscanismo per «nevicato»., capito, per quattro o cinque chilometri camminavo nella neve. La neve, la c’era alta. Eh..., di notte, la luna non c’era39Secondo un calendario lunare consultato on line, l’Ognissanti del 1° novembre 1943 è un lunedì con un timido spicchio di luna crescente: il primo quarto è il venerdì 5. La fuga ha dunque luogo probabilmente il 2 o il 3 novembre.. S’inciampica... Insomma la mattina, prima d’essere giorno, avevo fatto quella diecina di chilometri, anche quindici n’avevo fatti. Mi metto laggiù in quella straducola, quando arrivo laggiù in quella straducola, dopo quando sentii una macchina venire, era una campagnola, o te: mi misi nel ciglio della strada. Così (agita le mani battendo i polsi l’uno contro l’altro): «Io italiano, prigioniero slavi.» Erano due tedeschi, capire non mi capivano, però, quando arrivarono lì, videro... avevo la tenuta di volo ancora, il giubbotto di volo, figurati. Mi videro ch’ero italiano, mi videro dalla divisa, una cosa e un’altra40L’espressione «una cosa e un’altra» qui significa «[da] varie cose».. «Portare voi.» Un po’ guardarono e poi mi caricarono lì, mi caricarono in questa cosa.

Deportazione in Germania e vita coi contadini41Metà novembre 1943 – inizio giugno 1944. Il testimone affermerà a varie riprese di essere arrivato in Germania verso l’inizio di novembre o comunque a metà novembre. Varie inchieste, gentilmente realizzate per noi da Alessandro Tuzza, sulle partenze dei convogli di deportati civili e militari dalla stazione ferroviaria di Trieste nel novembre 1943 sembrerebbero spostare decisamente tale evento verso la fine del mese. Una chiarificazione, sulla data di arrivo in Germania e soprattutto sulla cittadina in cui è stato deportato il testimone-narratore, si potrà forse avere se la WAST berlinese da noi sollecitata sarà in grado di ritrovare, nei suoi archivi della Seconda Guerra mondiale, il regolare permesso di soggiorno di lavoratore civile rilasciato in Germania a Natale Agostini. Per quanto concerne invece la sua fuga e il ritorno in Italia, per motivi precisi che vedremo in seguito tali eventi vanno spostati come minimo alla fine di giugno di quella stessa estate.

E di lì in due giorni, tutto quel giorno lì e il giorno dopo, in due giorni e qualcosa s’andò a finire a Trieste. A Trieste, facevano quei carri... quei carri bestiame chiusi, sai, con quelle manopole infondo, là. Ma lì, non s’era solo militari, c’era i soldati, c’era i ragazzi, c’era le donne, c’era gli uomini, c’era... là, come si dice: ci sarà stato anche gli ’sraeliani42Il testimone qui confonde «israeliani» con «israeliti».. Lì, tutta una massa, stretti come le sarde, capito?

U.C. — Mhmh.

In terra, qualche... qualcheduno cascava anche in terra perché gli veniva male, una cosa e un’altra, ma, sennò, non c’era posto, era facile anche di tenerlo ritto. Ecco. Dopo tre giorni, tre giorni e una notte, due notti, le ore precise non me le ricordo, mi ricordo che s’arrivò la mattina presto, era... ancora era buino43Un buio già crepuscolare.. E quel camion, quel coso, quel treno, l’avevano buttato là, in quei binari morti. Dopo un po’, ma quasi subito, arriva... si sentivano parlare... e poi... i tedeschi. Avevano un carrettino, un carrettino con due stanghe, e un piccolo pianalino sopra, e due ruote: mandare... lo mandavano. E sopra ci avevano quei pani come... fatti come i lingotti d’oro, a rettangolo...

U.C. — Sì, sì.

... pieni di muffa. Di un pane ne facevano... di un pane ne facevano sei pezzetti. E aprivano quei carri, a quelli... gliene davano un pezzetto di quello lì. Quelli morti, li pigliavano uno di qua e uno di là, e [il morto] lo buttavan là. Perché, c’erano i morti: ragazzi, vecchi, donne, c’erano in tutti i modi. In tempo che aprono il carro dove ci sono io, che aprono... — mi ricordo ero vicino all’apertura, fui sicuro il primo che presi il pezzettino di pane — là di fronte c’era un vecchio. Un uomo anziano, ma in borghese (vecchio, vedi, ora, settancinque anni, quello aveva settantacinque anni, ma settantacinque anni nel quarantatré: la gente erano parecchio balordi44Essendo «la gente» un sostantivo singolare con valore collettivo, il verbo al plurale costituisce in qualche modo un accordo a senso tipico del parlato., parecchio vecchi) che parlava con quei tedeschi. Mah... Vedo questo vecchio che parla con i tedeschi... cominciai a dare un morso al pane. Va via uno di questi soldati, di quei tedeschi, ma non andò lontano, andò in stazione, e tornò subito, dopo pochissimi minuti. Tornò e, quando tornò, lui disse, proprio in italiano, lo disse come a dire, come a parlare noi, non napoletano, non milanese, no: centroitalia.

«Chi c’è di voi che a casa sua faceva il contadino? — dice — ché questo... quest’uomo è un proprietario terriero, i suoi figlioli sono a fare il soldato, e ha bisogno degli uomini per lavorare la terra.»

Io alzai la mana subito, il primo l’alzai io. Quando alzai la mana fui parecchio notato, sia da questo vecchio che da questi tedeschi45L’appellativo «tedesco» non sarà mai usato dal narratore per definire i civili, ma sempre i militari germanici.. Poi l’alzarono tanti, capito? Per far corto il discorso, me mi chiamarono il primo. Ne prese cinque, quest’uomo, capito?

Dice: «Allora, vi porta a lavorare, stasera vi riporta a dormire qui al comando di stazione».

Si va. Quando s’arrivò là, era passato un po’ di tempo ma, dalla stazione, non c’era da camminare molto. Si sarà fatto dalla stazione un chilometro, un chilometro e mezzo, che s’arrivò a questo... cioè... alla casa di questo coso46L’espressione «la casa di questo coso» è ripetuta due volte ma il narratore non esprime affatto un sentimento di disprezzo verso il vecchio proprietario terriero chiamandolo «coso», quanto piuttosto la sua incertezza nel definirne lo statuto identitario ai suoi occhi non ben identificato: sceglierà poi, rifiutando l’appellativo negativo «tedesco», quelli di «vecchio», «colono» e «contadino». La casa di questo coso... di là del fiume... (di qua del fiume c’era, c’è il treno), di là del fiume, si passa un ponte. Di là del fiume, è tutta una pianura che non si scorge con gli occhi. Ogni trecento metri, ogni quattrocento metri c’è una casa, una casa colonica dove ci stanno questi... coloni47In un’altra conversazione avuta con Urbano Cipriani il 6 settembre 2005, Natalino afferma che si tratta della città di Brema sul Danubio. Ma nella grande città industriale di Brema (in tedesco: Bremen) situata nel Nord-Ovest della Germania non scorre il Danubio. Il testimone si è allora confuso? In verità, nel Sud-Ovest del paese, vicino alla Svizzera tedesca, esiste una cittadina chiamata Hohentengen-Bremen posta su un piccolo affluente del Danubio. Essa costituisce uno snodo ferroviario forse strategico del Baden Württenberg, non lontano dai giacimenti di carbon fossile, e il suo paesaggio agrario sembra corrispondere a quello qui descritto.

... S’arriva là, ci porta nel campo. E dopo quanto, un quarto d’ora che era venuto giorno, s’attacca il cavallo, era venuto giorno, dopo un quarto d’ora viene la moglie con una zuppiera grossa in questa maniera ( allargando gli indici e i pollici delle mani ), di fagioli cotti, lessi. Non c’era mica l’olio, ma tu sentissi come erano buoni! O te!

Poi a mezzogiorno ci riporta da mangiare. Te lo dico io: fagioli, patate avevano... Ora, nei primi giorni, non si mangiò la carne: coniglioli48Termine vernacolare per «conigli»., avevano le galline, avevano gli oci49L’«ocio» in toscano designa l’«oca»., certi oci grossi così, neri, con un collo lungo... Insomma, in poche parole, s’arriva là, a tutti dette un arnese: a uno gli dette il cavallo con due stanghe, con un aratolo50Voce diffusa in tutta la regione per indicare l’«aratro». a due stanghe lui lavorava questa terra, a me dette una zappa larga in questa maniera (allargando le mani), con l’asse in mezzo al manico e due perni: insomma ci si lavora male, non siamo abituati. Ma, mi davo da fare, mi piegavo in modo di pigliare..., insomma mi davo da fare. A uno dette una specie di pala, a uno una specie di forcone e quest’uomo guardava, ci guardava.

Il giorno dopo, questo che lavorava con l’aratolo — se con l’aratolo non sai lavorare la terra, tu la lasci tutta soda — questo che lavorava con l’aratolo, non sapeva lavorare, la gli veniva mezza lavorata e mezza soda: un porcaio! E io gli facevo a quest’uomo... — il primo giorno incominciai — gli toccavo qui nella spalla così (batte varie volte la mano sinistra aperta su una delle sue spalle e poi sull’altra), gli facevo: «Io, io (indicando prima se stesso con gli indici delle mani e poi muovendo dal basso verso l’alto questi stessi indici in parallelo) — gli dicevo — io, io, fo i soghi51Variante vernacolare di «solco». diritti!»

Dire non potevo dirgli, gli insegnavo così (continuando a muovere dal basso verso l’alto gli indici in parallelo). Niente: io la zappa e quello il coso.

Il giorno dopo, verso le dieci, le dieci e mezzo, gli si rompe il coso, il sottopancia, quella cinghia che fa così (muove le mani lungo la propria cinghia), al cavallo. Quest’uomo, lo vedo disperato! E allora io ero lì, gli facevo a quest’uomo... (agita la mano col palmo aperto), gli insegnavo: «Calma! Calma!» Andai lì, nella stalla. Trovai una balla..., una ballaccia52In toscano la parola «balla» designa un grande sacco di iuta.. Io presi quella ballaccia, andai là e riunii, rimisi insieme quei cosi e la rinvoltai con questa balla, quattro o cinque volte attorno. E a quest’uomo, gli facevo: «Tu... (indicando il suo interlocutore con l’indice) trova... (muove le mani in due direzioni opposte e sembra che stringano un filo, una corda che scorre)».

O te, capì quest’uomo! Mi portò... mi portò un filo, non unico, intrecciato fine fine, capito?, ma lungo. Io presi questo filo, andai lì nella porta della stalla c’era il legno, la soglia, c’era certi chiodi grossi, come quei chiodi lunghi così ( tocca con l’indice sinistro la metà del dorso della mano destra ), piano piano ne tirai fuori uno. Poi presi un sasso, andai lì: incominciavo, con quel coso lo bucavo, ci passavo quel filo, e poi lì, e poi lì, e poi lì, fino un pezzo così, e poi anche di qua ( simula di compiere tali azioni sul bracciolo largo e piatto della poltrona ). Insomma, fa questo lavoro. Allora, quando vide che facevo questo lavoro, andò via, mi trovò un altro filo lungo. Poi mi portò un coso, una specie di lésina, ma non era che facessi molto bene, però facevo prima che in quell’altra maniera. Io lo ricucii tutto, fitto fitto fitto fitto, l’avevo sopraffilato, fitto fitto, un pezzo in questa maniera ( indicando tutto il bracciolo della poltrona ).E dopo si riattacca il cavallo. Quando si riattaccò il cavallo, invece... — anche allora io gli dicevo a lui, lo toccavo per la spalla (batte la mano sul bracciolo della poltrona, poi indica se stesso con gli indici e, coi medesimi, la direzione diritta) — invece di dare il cavallo a quello che l’aveva, dette il cavallo a me e quella zappa che avevo io la dette a quell’altro. Questo successe il secondo giorno. O te, ma io riattaccai tardi a lavorare, feci... avevo fatto tre o quattro soghi ma, sono lunghi un chilometro, capisci? A voler fare i soghi, sono lunghi un chilometro. E lui era sempre a insegnare a quegli altri. Insomma. Però, lo vidi che da lontano guardava: «Eeeh! Eeeh! Eeeh!» Porca miseria!! Capire, cosa vuoi capire, due giorni dopo che sei lì: non capivo niente. Però, s’andò a casa, si andava a casa... Quando arrivo a casa, io per esempio... — quell’altro, la sera quando arrivò a casa, quel cavallo era tutto sudato, faceva quella schiuma, [il vecchio] gli disse di metterlo dentro, lui lo legò là, e via — io, anche quando arrivai a casa la sera io, lì, mi disse di metterlo dentro [ma io gli dissi]: «No ( alzando la mano con la palma aperta ). Aspetta.»

Lo attaccai a... c’era una campanella lì vicino alla porta, l’attaccai, lo fermai a quella campanella, andai là, presi quel pezzo di ballaccia che c’era rimasto, che mi c’era rimasto da rovesciare, mi feci da una parte, lo struffai tutto53Il verbo «struffare» è forma vernacolare per «strofinare, fregare ripetutamente una superficie».. Lui mi guardava contento. E poi... E poi dopo ( imita con le mani il gesto del contadino che gli indica di metter dentro il cavallo e a sua volta gli fa segno di aspettare): «No. Aspetta.»

Io andai nella stalla, presi il forcone, ripulii la lettiera, presi un secchio d’acqua, glielo misi lì davanti. Poi, vidi là, c’era una balla piena, andai a vedere, c’era la biada. C’era una ciotolina lì, presi una ciotolina di biada gliela misi là. E quando rifeci la stalla, ripulii la lettiera, di dietro c’è la paglia che c’è lo sterco ma davanti c’è quella paglia pulita. Io in quella paglia pulita feci... la presi, la torcevo, e ci feci una torcia lunga così (indica quasi la metà del braccio), anche più. E poi qui (indicando la metà del braccio), sempre con filo di balla, la legai ché non si disfacesse. E in tempo che feci tutti questi lavori, il cavallo era là fuori. Poi andai là, con questa cosa lo struffavo, mi feci da una parte. Io caro54In frasi esclamative di questo tipo, il pronome «io» è usato al posto del sostantivo «dio», come se ne costituisse la forma aferetica e quindi, in qualche modo, nominabile: «[D]io caro!», quest’uomo mi guardava! E poi si mette dentro [il cavallo], lo misi dentro e andò a riportarci in là.

La mattina dopo, quando tornò, invece di cinque ne prese tre. Però me, lo vidi che mi cercava. Quando si tornò in là, che io andavo a lavorare, col cavallo andai a lavorare lì, lui: «No! No!» Mi prese il cavallo per la briglia e me lo portò, là dal principio del campo, dove ci aveva lavorato quell’altro, lavorato tutto...

U.C. — Per rifare tutto!

Mi rifeci di là: veniva un lavoro... ooh! Vedevo quest’uomo contento come una pasqua55Contentissimo.! Da mangiare, sempre uguale. Quel giorno lì invece di cinque s’era tre. Da mangiare sempre uguale. E la sera, uguale ci riporta in là. E la mattina torna a pigliarci, ne prese due: me e un altro. Un altro di quelli non lo prese più. Eh, dopo sei o sette giorni... pigliava me e basta. Eh mi chiacchierava, mi chiacchierava, ma non capivo... cosa tu volevi che capissi!

Allora, una sera, quando mi riportò in là, si rimise a parlare, non mi lasciò lì e venne via. Si rimise a parlare con quei tedeschi, perché lì c’era l’arrivo, il concentramento, tutti là in un capannone, si rimise a parlare con questi tedeschi. Quando si rimise a parlare con questi tedeschi, uno di questi tedeschi andò via. Quando, dopo cinque minuti — al comando di stazione: quello era un impiegato di stazione, quel soldato che parlava italiano — dopo cinque minuti, quando lo vidi tornare con quest’italiano, io mi rallegrai, dissi: qui c’è qualche novità per me sicuro.

Quello viene lì, mi dice: «Senta una cosa. Questo signore dice che lei è bravo per lavorare la terra, per accudire il cavallo. Lei è bravo! Se volesse rimanere con lui, gli mette una branda nel corridoio che va dall’abitazione alla stalla dei cavalli, e lei sta lì con lui. Allora, mi dà la sua piastrina... — tu (rivolto a Urbano) il soldato non l’hai fatto ma noi soldati, qui dietro (mostra e indica con le mani un punto del risvolto del colletto della giacca), ci s’ha una piastrina che si può fare la carta d’identità — e tra un po’ di giorni viene quest’uomo a ritirarla: è come la carta d’identità, lei può girare per la città, lei porti sempre questo documento che nessuno gli darà noia, nessuno gli dirà niente.» O te! Quando mi riportò in là, mi mise questa brandina in questo corridoio. Una brandina che la s’apriva così, ma, era di novembre, verso il quindici di novembre, è freddo lassù, sotto mi ci mise due o tre coperte, e poi altre due o tre coperte sopra... Insomma, ci dormii tre o quattro giorni, tre o quattro notti, lì.

Dopo la sera — perché avevo imparato «gutte nacche»56Cioè «buonanotte», «gute Nacht». La lingua tedesca di Natalino è molto approssimativa e, sul piano fonetico, caratterizzata da una netta influenza della pronuncia toscana (per esempio aggiunge spesso una vocale alla fine dei monosillabi tonici o delle parole tronche che terminano con una consonante: Nacht > nacche)., vuole dire buonanotte, — dopo mangiato dicevo «gutte nacche» e andavo...

«Nae! Nae! Nae! Nae!»57La negazione «no», «nein».. Mi pigliava... lui avea il vizio [che] mi pigliava per una manica, qui, della giacca: mi portò in camera dei suoi ragazzi. Stavo lì... nel letto! Stavo bene!

Allora quest’uomo aveva un po’ di tosse, aveva settantacinque anni, aveva un po’ di bronchite, aveva un po’ d’asma. Eh, veniva... veniva... Dopo un po’ di giorni che incominciai: «arbaitte»58Il termine «lavoro», «Arbeit»., dormire «snacche»59Questo verbo, con altre due varianti: «nappe» e «snappe» corrisponde al tedesco «schlafen», dormire., insomma, eh... la sera gli dissi: «Nae! Nae! Dì moga nappe: nics sveg arbaitte»60«Nein! Nein! Du morgen schlafen: nicht weg, nicht arbeiten», ovvero: «No, no! Tu domani dormire: restare qui, no lavorare».. «Tu domattina non ti levi, tu (piegando leggermente la testa verso la palma aperta della mano): “snappe, àite neffestunde”, alle otto... alle nove, tu vieni (portando le dita congiunte verso la bocca) a portarmi da mangiare»61«Schlafen, um acht, neun aufstehen», ovvero: «Dormire, alle otto, nove alzarsi».. O te, «isch arbaitte, isch arbaitte!»62«Ich arbeite, ich arbeite», cioè: «Lavoro io, lavoro io».. Io la mattina mi levavo presto, capisci Urbano.

U.C. — Eh!

Quando gli dissi così, la moglie — la moglie aveva settant’anni — la moglie mi dette un uovo: «Moga nappe fif sekse stunde»63«Morgen schlafen fünf, sechs aufstehen», ovvero: «Domani dormire, cinque, sei alzarsi».. «Tu — ecco diceva — alle cinque alle sei (portando le dita congiunte della mano alla bocca) quando ti levi, lo bevi.»

E dopo, dopo mica tanto sai, dopo... per Natale, t’ammetto che era una cinquantina di giorni che s’era insieme: già, ci si capiva! Ma dopo tre o quattro mesi, io capivo tutto [di] loro e loro capivano tutto [di] me. Ci stetti fino al venti, al ventiquattro, venticinque di giugno, del quarantaquattro però.Ora cosa successe. Successe che quest’uomo aveva un fratello — più giovane di lui, aveva una diecina d’anni, dodici, meno di lui — che lavorava, era alla stazione, in ufficio però, capito, non era... Però, come minimo una volta per settimana, ma anche due volte per settimana, veniva a trovare il fratello. Perché, i soldi l’aveva, guadagnavano, lo stipendio glielo davano ma, da mangiare, credi che era brutta, anche in Germania non avevano niente da mangiare. Quando andava via, ci sarà venuto perché era il suo fratello, non ne discuto ma, quando andava via gli davano due o tre coppie d’uova, mezzo conigliolo, mezzo... Perché noi poi, io sono sempre stato bene bene, sempre mangiato bene, perché lì: i coniglioli, le galline, avevano gli oci belli, grossi. Un ocio era sette-otto chili, quando s’era ammazzato un ocio si stava bene diversi giorni, anche se si mangiava...Si era diventati amici con quest’uomo! Lui era uno di parlare, e anch’io! Lui, mi domandava dell’Italia, mi domandava di come si viveva, insomma, questi ragionamenti... non mi poteva mica domandare... Si era diventati amici.E, negli ultimi giorni di giugno, il ventiquattro o il venticinque di giugno... ... il ventiquattro o il venticinque di maggio, non di giugno!, mi imbrogliavo.

U.C. — Anno?

Anno quarantaquattro. Io c’ero stato... era dai primi di novembre che c’ero: (contando sulle dita) novembre, dicembre, gennaio, febbraio, marzo, aprile, maggio. Era sette mesi. Maggio... gennaio, febbraio, marzo, aprile e maggio, cinque nel Quarantaquattro e due nel Quarantatré.Mi dice: «Oh Natalino, tu lo sai, se tu avessi un po’ di coraggio, ci potrebbe essere modo di andare in Italia!»

«Ma io — io gli dissi — per andare in Italia, Angiolo64Angiolo è la variante toscana del nome proprio Angelo, quindi il narratore toscanizza il nome tedesco dell’amico Engel., non l’ho per me e basta, l’ho anche per altri cento!»

Mi disse: «Senti, deve partire un camion, deve andare una tradotta di vagoni scoperti di carbon fossile a Firenze — mi disse — sono io che devo andare a vedere se è tutto a posto i freni, tutto a posto le batterie, il giorno prima che parta. Se tu vuoi, tanto porto sempre la pala quando ci vado, ti ci faccio una buca, in uno... laggiù infondo dove è lontano dalla stazione. Ti ci faccio una buca, quando... tanto parte verso le undici, la mezzanotte. Prima vengo a pigliarti, ti ci ricopro.» E così, fece. Venne a pigliarmi, mi ci ricoprì. Il carbon fossile è a zolle, capito, non è che...

U.C. — Sì sì.

respirare... Soltanto, io m’ero avvisto a morire nella galleria tra Bologna e Firenze, perché non era un treno elettrico, era un treno a vapore. Dovetti respirare in quel piccolo spazio, sempre, ma poi io resistetti perché: avevo vent’anni, volevo dire, mesi più mesi meno, un po’ più avevo di vent’anni: ventuno, eh... non avevo patito fame, avevo mangiato, ero forte, ecco.

Ritorno a Firenze e fronte di guerra in Casentino65Inizio giugno 1944. Di fatto, non è fine maggio ma come minimo alla fine del mese di giugno che avviene la fuga. D’altronde nella già citata conversazione del 6 settembre 2005 con Urbano, Natalino afferma di essere rimasto in Germania otto mesi (invece di sette), informazione che conferma una sua più tardiva partenza. Arrivato alla stazione di Firenze Santa Maria Novella verso l’inizio di luglio, egli trova la città ancora occupata dai tedeschi (Arezzo, 80 chilometri più a sud, sarà liberata dagli angloamericani solo il 16 luglio). Il fronte di guerra diventa allora sempre più attivo proprio in Casentino dove gli alleati, risalendo dopo Arezzo la valle lungo l’Arno, conquistano Subbiano e si spingono nella zona tra Rassina e Bibbiena: per questo il dieci agosto le cucine dei tedeschi sono già state spostate da Rassina a Monte, vicino alla Mausolea. Il paese natale del testimone-narratore, Avena, è evacuato dalla polizia tedesca e dai gendarmi perché situato nello stretto raggio della Linea Gotica: tale sfollamento ha luogo dopo quello di Banzena del cinque agosto. La Linea Gotica è costituita da una serie di fortificazioni difensive costruite dalla Todt lungo i 320 chilometri della dorsale appenninica che vanno da Massa-Carrara a Pesaro, cioè dalla Versilia alle Marche. La Linea Gotica, voluta da Hitler e dal maresciallo Kesserling, puntava ad un arroccamento a oltranza dell’esercito tedesco sull’Appennino tosco-romagnolo e tosco-emiliano per bloccare, dopo la presa di Montecassino e la successiva liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, l’avanzata degli eserciti anglo-americani verso il nord d’Italia.

E invece ce la feci. E quando poi ce l’ebbi fatta, da Firenze, saltai quel muro lì in via Luigi Alamanni. E lì c’era una, si chiamava Marcella, una romagnola, che la conoscevo perché quando c’ero a fare il lattaio nel trentotto, fino ai primi del trentanove, c’ero a fare il lattaio, la servivo. Andai a bussare alla sua porta, insomma, glielo dissi che ero tutto nero perché ero venuto in un camion di carbone. Ma poi mi aprì, feci il bagno, poi lei mi dette un paio di calzoni di suo marito, un paio di calzoni corti, una camicina così (toccandosi la camicia). Eh... presi la Sita66Società di autolinee., venni a casa con la corriera.

Quando arrivai qui, non ci trovai nessuno dei miei. Perché l’avevano portati via tutti, l’avevano portati alla Musolea67Il nome proprio preciso di questa fattoria dei frati camaldolesi situata tra Partina e Soci è la Mausolea ma molti casentinesi, anche Don Antonio Buffadini nel suo diario di guerra, semplificano lo iato «à-u» in «ù». Occorre segnalare che, con un’ellissi cronologica notevole, il narratore salta un mese di lavoro forzato sulla Linea Gotica come operaio della Todt (organizzazione della Wehrmacht), e la sua fuga dal fronte montano ad Avena alla notizia delle evacuazioni e delle deportazioni forzate., so una sega68Espressione volgare per dire, in senso figurato, «non avevo la più pallida idea», «non sapevo nulla». dove l’avevano portati. Alla Musolea, sì. Allora, andai alla Musolea, io. Perché ce li avevan portati l’otto, il nove, proprio un paio di giorni... ancora erano alla Musolea. Ma... Io... andare dentro mi fecero andare, perché dissi: «Qua ci ho il mio babbo, ci ho la mia mamma!» Però poi, non mi facevano mica ripassare! Io, per riscappare, dopo glielo dissi ai miei: «Non voglio mica andare, tornare in Germania! Voi, vi porteranno...» Infatti loro li portarono a Santa Sofia, poi fino a Reggio Emilia, loro. Ma tornarono di dicembre, eh, dai primi di giugno che s’era. Io invece scappai attraverso gli scarichi della gabina, c’era la gabina elettrica alla Musolea. Eh... un tubo d’ottanta, ci correva poca acqua. Andai a finire laggiù in mezzo a quei campi. In mezzo a quei campi passai il fronte. Passai l’Arno. Dall’Arno in là c’erano gli inglesi.

SECONDA PARTE

Solidarietà umana e lotta per la vita

[ immagini registrate, per alcuni secondi, senza voce ] ... ancora prigionia

U.C. — Sì.

Io, ritengo d’essere stato fortunato e sono disposto e ho avuto la volontà di aiutare qualsiasi extracomunitario, perché ho provato a trovarmi... mi sono trovato in Iugoslavia tra le belve per legge e per costumi che avevano: ho trovato uno che mi ha salvato la vita. Perché, doveva ammazzarmi, non m’ha ammazzato, e m’ha aiutato, consigliandomi, confermando che la strada che volevo prendere io era quella giusta. Mi ha detto: «Prendila stasera perché domani... se tu la prendi dalle dieci in là non ci sono io, c’è un altro che se di notte ti vede senz’altro t’ammazza.» E così, ritengo che è necessario aiutare chiunque. Poi, sono sta...

U.C. — Tra l’altro, scusa, eh?

Dimmi.

U.C. — A proposito d’aiutare: te sei stato e sei, ora comunque, sei stato donatore di sangue!

Ah! io ho dato... ho dato sedici donazioni di sangue in sei anni di militare! E dopo ho sempre continuato. Mi hanno dato prima la medaglia di bronzo, poi la medaglia d’argento, poi la medaglia d’oro, ma anche dopo avuto la medaglia d’oro ho continuato tanto! L’ultima volta che l’ho dato, per errore, che mi ci mandarono per errore, perché avevo sessantasei anni, però dissi: «No no, prendetelo che mi sento bene, ve lo posso dare ancora.» E ho dato sangue, per estrema necessità, nel ’61, ho dato sangue il due di settembre, all’ospedale di Poppi, alla moglie del mio fratello, la tua parente: la Ilva.

U.C. — La Ilva

... dai Greppi, che le venne l’emorragia. Il ventotto del medesimo mese, sempre era lei all’ospedale di Poppi, le ritornò l’emorragia, telefonarono qui. Partii subito io, che non c’era... io il mio lo posso dare a tutti. Partii subito io e c’era sempre il dottor Fiorini, quello che me l’aveva levato il due... «Eh no — disse — ma tu, no!» «No no, io sto bene. Si attacchi qui.» La trasmissione diretta (indica la piegatura del gomito), fino che non riaprì gli occhi seguitai di dargli69Nel toscano parlato «gli» è usato anche per il femminile «le» e per il plurale «loro». sangue. Questo... ma l’ho fatto con amore ( mettendo la mano aperta sul cuore ), per tutti! non solo per la mia cognata. Perché io sono stato diverse volte a Firenze a dare... m’hanno portato insomma a Firenze a dare sangue, sono stato a Siena a dare sangue, io l’ho dato con piacere e con volontà a tutti. In ogni modo.

Ritornando alla mia volontà di fare e di aiutare, io sono sempre disposto nelle mie possibilità ad aiutare tutti, perché se non ero aiutato, io... senz’altro non sarei tornato!

In Germania, ci sono stato poco più di sette mesi, ma io ero con ba... co... con il mio babbo e la mia mamma!! Perché, quei due vecchi, mi volevano bene come se fossi il suo70Ancora una forma del parlato regionale che «trasgredisce» le regole della grammatica italiana: «suo» sta qui per «loro». figliolo!! E anche l’altra gente che ho trovato mi voleva bene perché, in quei terreni che si lavorava — ogni proprietario ne aveva una striscia di trecento metri lungo il fiume e di un chilometro di lunghezza — tra un proprietario e un altro c’era un redolone71Un grande viottolo, una stradina campestre. (schiaccia il filtro della sigaretta nel portacenere)... un redolone che lo potevano usufruire sia uno come un altro.

Allora cosa succedeva quando s’era lì a lavorare: ci si trovava con quelli di sotto e con quelli di sopra. Io, il cavallo, lo pulivo bene, eeh... poi lo struffavo bene: la mattina per due ore, anche un po’ più, non risudava. Invece quegli altri, tutte quelle donnucce — perché gli uomini, in quel periodo, in quella data lì, in Germania, da diciassette anni a sessantacinque, non ce n’erano punti72Doppia negazione tipica del toscano parlato e letterario: non ce n’erano affatto, per niente.: erano tutti a fare il soldato — vedevano che i loro cavalli risudavano subito, non potevano [lavorare bene] e ne parlavano con quest’uomo. Dice: «In che maniera i suoi non sudano subito così?» Allora, lui gli spiegava di tutto questo trattamento che gli facevo.

In conclusione, un bel giorno, la sera dopo aver messo dentro il mio cavallo, quest’uomo mi dice di andare da quello... da quello di sotto — c’era trecento metri da una strada, da una casa a un’altra — per pulire il cavallo anche a loro, per insegnargli. Era una donna, non era un uomo. Eh! io mi provai, lui mi spiegò, dice: «Vedi, lì, a quella casa lì, laggiù.» Quella già si vedeva che stava a aspettarmi, stava fuori lì. Quando partii, per andare giù... Madonna bona! dopo fatto cinquanta metri, due cani che venivan su... Perché, queste case coloniche, chi ne aveva uno, chi ne aveva due, tutti quei cani pastori... Quest’uomo era bell’e rientrato in casa, quello mio, io di corsa tornai in casa, tornai lassù, dico: «“Nae, nae, nae”!! Io “nae”, io noe: Auhm! Auhm!!» 73Alla negazione tedesca «no», «nein», toscanizzata in «nae» fa eco qui la negazione toscana «noe» in cui il monosillabo tonico diventa piano grazie all’aggiunta della vocale finale /e/: «nae» — «noe»! Gli feci capire che c’era quei cani. Allora venne lui, mi prese a braccetto, e fece un bercio74Toscanismo che sta per «urlo». a quella laggiù. E venne quella laggiù. Mi lasciò da braccetto lui, mi prese a braccetto quella. Si andò nella stalla, gli feci tutto... a quel cavallo gli feci tutto come facevo al mio. E quella mi parlava, gioiosamente, lo vedevo, ma io non capivo, eh! Un po’ stetti, poi cercai di potergli fare capire...

Poi gli dissi: «Tu ahm ahm ( indicando l’interlocutore e aprendo bene la bocca ), io niente ( indicando se stesso e toccandosi le orecchie con gli indici )! Io ahm ahm ( indicando se stesso e aprendo bene la bocca ), tu niente ( indicando l’interlocutore e toccandosi le orecchie con gli indici )! Io, al cavallo ( indicando qualcosa col dito ) al cavallo — gli insegnai — vedi, gli fo così ( simulando di lisciare il dorso d’un cavallo )». Insomma, gli insegnai che l’avevo pulito. Dico: «E alle donne gli fo così.» La presi... ( si avvicina alla telecamera e si accarezza le guance con entrambe le mani ) «gli fo così...» Lei mi si buttò addosso, pensavo che mi volesse mangiare!!

La conclusione è corta. Quello che avvenne, lo capite... lo capite da voi. E dopo pochi giorni, dopo Natale, tre o quattro giorni dopo Natale, una sera, lei venne lì per dirmi di andare anch’io... a vedere... Insomma, mi voleva portare con lei. Eh, ci andai no, quegli altri mi dicevano di andare... Ci andai. Passato il ponte del fiume, sulla sinistra, venti metri più in giù, c’era un fondo75Stanza a pianterreno, spesso senza finestre laterali e con una grande porta d’ingresso.. Per far corto il discorso, c’erano delle suore con dei ragazzi, di dieci anni, dodici, quindici, una specie di commedia, una specie... eh. Però, avanti di andare lì, lei mi portò — mi diceva: così (accostando i due indici) — mi portò da una sua sorella, che veniva anche la sua sorella76Nel toscano parlato l’articolo e il possessivo, anche nel caso di parentela stretta, non si escludono l’un l’altro.. E con questa sorella si andò là, insomma, e si fece quest’amicizia...

Dopo una quindicina di giorni, o diciotto, insomma verso la metà di gennaio, lei mi ridice che si torna... di ritornare... si ritorna a vedere un’altra di queste cose. Però, lei mi disse: « Nics aite stunde, secs stunde»77«Nicht um acht, um sechs», cioè «Non alle otto, ma alle sei». La traduzione del narratore è dunque inesatta.. Non si va alle otto: alle sette, perché « ische — lei diceva — ische... eh... papié»78«Ich… ich… Papier», ovvero «io… io… cartamodello». ché lei aveva da andare a pigliare le misure di un vestito, insomma, capii, mi faceva capire bene. E infatti, si andò. Allora mi disse che mi portava dalla sua sorella, poi lei andava là e poi tornava lì. E infatti, mi porta dalla sua sorella, dice che lei va a pigliarsi questo vestito e di aspettare lì che, per le otto, torna. «Eh», dico. Quando andò via lei, quella mi spiegava che... che era sola, in casa: «Aine79«Ich alleine».. Io sola.» Aveva un fondo: «Aine». Mi porta in camera: «Aine». In poche parole... Successe come era successo dalla sua sorella.

Io cane (alzandosi in piedi e ridendo ): sono stato là otto mesi, non mi mancava niente!!

U.C. — Ah! ah! ah!

Sicché,questo è quello che ho... detto di metterci. Poi, ritornando dall’Italia... dall’Italia a Ortignano...

U.C. — Però una cosa... che avevi detto un’altra volta, quando tu morivi di fame lassù su quella montagna tra Sarajevo e Zagabria...

Sì.

U.C. — Gli ossi che buttavano nelle fosse.

Ah, sì, li mangiavo!

U.C. — Cioè, come?

Eh, vedi,facevo bene. Quando loro buttavano di queste pecore questi ossi, e li buttavano giù in quello sdrucciolo — appena ce li buttavano no, ché erano un po’ caldi — ma dopo poco, facevano presto, sai, c’era la neve lassù. Dopo un quarto d’ora, io andavo laggiù, in questo sdrucciolo, prendevo due sassi: un sasso piano, e robustino, e un altro sassetto. Mettevo gli ossi sopra a quel sasso, e poi con quell’altro lo spaccavo, e ciucciavo il midollo, capito? Quel midollo, non è che sia buono ehe!, capito, però è roba che ha sostanza.

U.C. — Così è!

Io, quando andai via dalla Iugoslavia, tra quelle caccamelle, quei due tipi di caccamelle, e quei midolli — da mangiare, non ci davano mica più niente niente!

U.C. — Sì sì, no no, e quindi il discorso del midollo...

Volevo dirti, io... camminai sicuro una quindicina di chilometri la notte, in quella boscaglia, e da milleottocento metri, andai a finire..., scesi di millecinque, milleseicento metri, andai a finire a dugento metri, centocinquanta metri, volevo dire, ma, non era che ero debole, che...

U.C. — Sì, sì, no, no, perché il midollo è il midollo...

Io ero in forze, io stavo bene.

U.C. — Ritorniamo allora alla Musolea, a quel tubo da cui tu potesti scappare...

Fuga dal campo di sfollamento e passaggio del fronte

Eh, alla Musolea, veramente bene. Io non potevo mica rimanere lì, capisci. Nel medesimo tempo, io ero pratico [di quel posto], sapevo che c’era la gabina, gli facevo un po’ da mediatore al fattore, al Vannini. Ecco, m’aveva fatto vedere: «Vedi, qui, c’è la centrale, l’acqua viene di lassù, poi [passa] in questo tubo...» Ma, il tubo... è un tubo grossotto, sarà di ottanta o di novanta, un tubo grosso, l’acqua andava via, ecco: se il tubo era grosso che arrivava qui ( da seduto, solleva la mano all’altezza del petto ), l’acqua andava via così ( indica all’incirca il livello delle ginocchia ). Ecco, io lungo quel tubo...

U.C. — L’hai attraversato tutto? Quant’è lungo?

Sarà... una cinquantina di metri, anche sessanta.

U.C. — E dove finiva, in un fosso?

In mezzo al campo, laggiù, sì.Sì.

U.C. — E da lì, ripartiamo dal campo allora...

E da lì, attraversai l’Arno... attraversai l’Arno...

U.C. — Siamo nel giugno del ’44?

Sì. Sì. Attraversai l’Arno, siamo nel... verso il quindici... perché, mi pare che rientrassi io, rientrai che venivo di là, il dieci, l’undici, così. I miei familiari...

U.C. — Giugno o luglio?

Giugno giugno. Avena — non solo la mia famiglia...

U.C. — Sì, sì: io c’ero!

... tutto il paese d’Avena l’avevano portato via due giorni prima80Fatto salvo che non siamo in giugno ma in agosto, la successione degli eventi è altamente probabile. Gli sfollati avenesi sono infatti condotti dopo il cinque agosto, a piedi, con la forza, alla Mausolea (via la Sova, Ragginopoli e Soci) e il 10 agosto il fronte si è già spostato lungo l’Arno nella zona tra Rassina e Bibbiena.

U.C. — Sì, sì: io l’ho vista Avena tutta... sfollata.

Allora, in poche parole, io, quando andai là, lo sapevo che c’erano, quando arrivai lì, io dico: «Qui, sono stato... sono tornato, la mia famiglia non ce l’ho trovata, so che sono qua dentro.» E, per fare corto il discorso, mi fecero andare dentro come niente. Però, quando fui dentro, io glielo dissi ai miei: «Io non ci posso stare qui perché... voi...»

U.C. — Sì, certo!

E scappai attraverso questi tubi.

Prigioniero degli angloamericani e scrittore di “poesie” di tradizione orale

Quando passai il fronte, quando passai l’Arno, io trovai una pattuglia di inglesi. Questi inglesi mi portarono a Subbiano, che a Subbiano c’era un comando non indifferente. Allora, appena che mi portarono pensavano... potevano pensare anche che fossi una spia tedesca, capisci!

U.C. — Eh, certo!

Il comandante non c’era, la mattina. Mi misero dentro... C’è appena che si arriva in Subbiano, in quello che era allora, sulla sinistra, c’è una casa cantoniera — c’era, ci sarà ancora — mi portarono là, mi chiusero in una stanza, una stanza grande. E c’era..., venne l’interprete, mi disse: «Stasera, quando torna il comandante, la interrogherà.» Insomma... Figurati! Cosa feci!! Io ero lì, non facevo niente, avevo un lapis in tasca, c’era certi fogli lì, mi misi lì che, io ambivo... scrivevo le poesie, da giovane, capisci... quando... Eh, mi misi lì e scrissi una poesia! Lì, in questa... Stetti lì tutto il giorno. Me ne ricordo ancora:

Oh mia cara ed amata famiglia

Oggi stesso vi invio il mio pensiero

Senza ragione son qui prigioniero

Ma bone cose io tengo a pensà 81Quando la dizione non è troppo controllata, la forma tronca degli infiniti, come anche il mancato dittongamento di «bone», sono caratteristiche costanti del parlato regionale.

La mia idea voi ben la sapete

E più qui ve la voglio spiegare

Gli alleati li stavo a aspettare

Per poté tante cose vendicà

Quando questi si sono avvicinati

Fiero e forte io il fronte ho passato...

Perché, ora ti ritorno un passo indietro: sia qui, che alla Musolea, che stetti con gli italiani, insomma con loro, sapevo che in Montanino c’era i cannoni che tiravano, che tiravano a Poppi, avevano ammazzato la gente, a Poppi, capito.

U.C. — Sì, sì

... Dico, ehe:

Gli alleati li stavo a aspettare

Per poté queste cose vendicà 82In grassetto indichiamo le varianti lessicali inserite nella ripetizione della performance stessa.

Ora mi sono interrotto...

Mia cara ed amata famiglia

Oggi stesso vi meno il mio pensiero

Senza ragione son qui prigioniero

Ma bone cose io tengo a pensà

La mia idea voi ben la sapete

E più qui ve la voglio spiegare

Gli alleati li stavo a aspettare

Per poté tante cose vendicà

Quando questi si sono avvicinati

Fiero e forte io il fronte ho passato

E con l’onore da bravo soldato

Dei tedeschi chiesi di parlà

Fui portato presto a Salutìo

Poi a Subbiano da un gran comandante

Le domande le... lì furono tante

Per potere i tedeschi sbandà

Un cannone è al Sasso alla Lippa 83Al Sasso alla Lippa di Montanino, come a Cerreta vicino a Camaldoli, c’erano i cannoni della Linea Gotica che tiravano sulla valle del Casentino e su Poppi in particolare.

Ed un altro in Cerreta si trova

Io di questi vi do bona nova

Domattina bruciati saran

Così Poppi da oggi in avanti

È tranquillo e con calma riposa

Liberato da quei delinquenti

Che tentavan de rómpe ogni cosa

Piano piano così tutto il mondo

Credo in pace dovrà ben tornare

Ogni cuore sarà felice e giocondo

Un con l’altro potersi abbracciare

Penso sempre a voi tutti in famiglia

Più alla mamma e al caro Brunino

— aveva tre anni, Bruno —

Che pensà passò giorni mesi e anni

Senza dargli neppure un bacino

Quando avevo... Insomma, tante volte! Anche un’altra volta, quando io riuscii a salvarmi, di dieci aerei si tornò sette, ma insomma... Il giorno dopo ero di servizio, due giorni dopo dovevo andare di servizio nel medesimo posto e non ci andai.Non ci andai, marcai visita.«Perché?»

«Perché mi duole la testa — gli dissi a quel tenente — sono un superstite della Croce Bianca84Ente per l’assistenza medica e in particolare per il trasporto di feriti e ammalati., io, che di dieci si tornò in sette.... il martedì sera! Il venerdì ci devo tornare? Non ci torno io!» Lui mi disse: «Piglia un litro... un bicchiere d’olio!» Dissi a quello: «A Gaeta85Carcere militare. L’olio è quello di ricino, il noto strumento punitivo-purgativo usato dal regime fascista. mi ci manderà ma l’olio non me l’ha dato la mia mamma, lei non me lo dà. Se ha un po’ di coscienza mi dà un giorno di riposo. E sennò, faccia come gli pare, mi mandi anche a Gaeta lei!» Allora disse: «Vai in branda!» Andai in branda, ma dovevo stare un giorno lì fermo, anche in quel caso mi venne... Io, anche alle mie citte86«Citte» è un termine dialettale che significa «bambine», «ragazze», qui sta piuttosto per «fidanzate»., alle mie sorelle, alle mie cugine gli scrivevo a tutte in poesia.

E allora, dico:

Oggi son di riposo e niente ci ho da fare

La mia bona salute prima vi fo sapere

Credo che… La mia più bona salute...

Credo di tutti voi che bene voi starete

E tutti di famiglia molto mi penserete

Anch’io vi penso tanto e niente c’è da fare

Solo un’ora al giorno quando si fa il bagno in mare

Si fa il bagno in ma…

Faccio il bagno in mare assieme coi miei amici

E così tristemente passano giorni e mesi

Passano giorni e mesi, passano mesi e anni,

E questa è la vita dei giovani di vent’anni.

Ecco! Un’altra! Ma poi...

U.C. — Sì, sì, era un momento.

Questa è una...

Nell’aviazione americana: le fortezze volanti87Luglio 1944-maggio 1946. Arruolamento nell’aviazione USA da spostare almeno a (metà) agosto 1944.

Allora. La sera, quando arrivò questo comandante, che mi interrogò, gli dissi quello che avevo fatto, dove ero stato, una cosa e un’altra, mi disse: «Va bene, domani mattina le farò, le darò un documento che lei porterà...».

La mattina, si vede che aveva telefonato, aveva fatto ogni cosa, disse: «Non ho che da farle il biglietto per andare al Ministero dell’Aeronautica...». Il Ministero dell’Aeronautica era a Orvieto, non a Roma. Mi fa i fogli per andare al Ministero dell’Aeronautica, al Ministero dell’Aeronautica ce ne trovai diversi di sbandati come... come ero io. E due giorni dopo, venne un capitano italiano con due ufficiali americani a chiederci chi voleva andare volontario nell’aviazione americana, che ci davano la paga che davano ai loro soldati: gli specialisti, eh?, questi dei reparti di volo.

O te! Io partii subito. Di lì, andai a Pescara. A Pescara ci trovai Alberto Rabagliati88Alberto Rabagliati era un celebre cantante dell’epoca, precedentemente sfollato a Lierna, vicino a Poppi., che Alberto Rabagliati era nell’ottantaduesimo Fortezze Volanti, che era a Pescara allora. Poi da Pescara, dopo una diecina di giorni, si andò a Je... Osimo, a Osimo stazione. Poi quando gli americani...

U.C. — Nelle Marche!

Sì, .... sbarcarono a Rimini, allora i tedeschi si ritirarono, si andò... noi si andò in provincia di Gorizia, aspetta, io caro... Grado!! a Grado! in provincia di Gorizia.

U.C. — Grado.

E lì ci stetti — ci sono stato sedici mesi89Si tratta, viste le dichiarazioni da lui fatte subito dopo, di ventidue mesi circa, dall’agosto 1944 al maggio 1946. Ricordiamo che gli alleati liberarono Rimini il 21 settembre 1944. con l’aviazione americana, mica un giorno, io, eh? — ci stetti fino a quando non feci domanda di congedo, che, noi, la carriera era sei anni, la firma s’era messa a sei anni, capito?

U.C. — Ma cos’hai fatto in questi sedici mesi con l’aviazione americana? Che stavi lì a terra?

Dopo quindici giorni, tutti i giorni ( alzandosi in piedi ) si andava a bombardare in Germania come ci andavano loro.

U.C. — Ah!

Guarda che dopo quindici giorni...

U.C. — Anche tu hai fatto servizio, proprio.

Ma a me mi hanno dato... Tu sai che...

U.C. — Fortuna che la contraerea tedesca ormai era quasi abbastanza...

Niente!! Lì, il pericolo, te lo dico io: tu lo sai di luglio nel quarantaquattro, qualche giorno si poteva essere anche trentamila fortezze volanti là. La contraerea non esisteva più per niente.

L’unico pericolo era, sai, l’aria è... il mondo è tanto grande, ma ogni tanto qualcheduno... succedeva, bastava che si toccassero...

U.C. — Cioè, un...

... che si toccassero con la punta di...

U.C. — Tra loro!...

... con la punta di una cosa, eheè, una volta toccati era difficile salvarsi, capito.

U.C. — Sì, sì.

Perché poi, eh...

U.C. — Perché viaggiavate parecchio in pariglia?!

le fusoliere, le ali, le fusoliere sono tutte serbatoi di benzina, capito?, specialmente quando si parte. Ma, io dico che le bombe che sono cascate in Germania non le può calcolare nessuno. E così... io poi di giugno, gli ultimi di maggio del quarantasei, feci domanda di congedo.

Passaggio nell’aviazione italiana 90Giugno 1946.

Allora, feci domanda di congedo e, dall’aviazione americana, mi ripassarono all’aviazione italiana. L’aviazione italiana a Padova, io, a Padova, in provincia di Padova. Non proprio a Padova, ero a Villa Oste91Più precisamente: Villa Osti, centro meteorologico dell’Aeronautica militare italiana., lì un po’ distante. Però, lì ci stetti poco. Eh... Un mese, un mese e mezzo. Poi, quelli che si faceva domanda di congedo, ci ripassavano tutti alla scuola di pilotaggio, a Galatina, sotto Lecce. Laggiù, ci trovo il colonnello Teucci! Il colonnello Teucci, sì!

U.C. — Di Poppi?

Sì, di Poppi. Dio, andai a trovarlo. Sempre con lui! Io facevo, ero nella prima squadriglia, lui era della quarta, capito, però non gli fa niente. Lui quando telefonava... per esempio, Galatina è distante ventitré ventiquattro chilometri da Lecce e circa trentacinque da Gallipoli. Gallipoli è dalla parte di Taranto. In libera uscita... In libera uscita, gli ufficiali tutte le sere andavano, i sottoufficiali si andava di rado — perché io mi sono congedato... sono in congedo da sergente, nelle riserve da..., primo aviere in congedo e in servizio. E lui, loro tutte le sere andavano e tutte le sere mi portavano con sé, bisognava che andassi con loro. E anche lì... anche lì, vedi, non è che... le cose sono fatte così nel mondo: ci vuole un po’ di coraggio e un po’ di sfacciataggine. Non è che io potevo andare in libera uscita con loro, con gli ufficiali, lui era colonnello allora, eh?

U.C. — Sì, sì.

Vengo a sapere... Vengo a sapere da un ufficiale della mia squadriglia che la quarta squadriglia la manda, la... cosa un colonnello di Poppi. «Di Poppi? — gli domandai — senta un po’, come si chiama... di Poppi?». Dice il giorno dopo: «Teucci».

«Ah! — gli dissi — conosco bene il suo fratello». Ma, era vero che conoscevo bene il fratello, capito, perché il fratello, che stava a Poppi con la sua mamma, con Gigino Matini venivano a caccia — Gigino Matini era fattore — venivano a caccia nei miei campi, e allora veniva a caccia nei miei campi92Natale è all’epoca un mezzadro della famiglia Brami di Bibbiena.... Una mattina fecero colazione, mangiarono la pulenda93Variante regionale di «polenta». assieme a noi, capito?, lo conoscevo bene. E allora dissi, bisogna che lo conosca. Vado per andare a conoscerlo... Un colonnello della quarta squadriglia, tu sei della prima squadriglia, non si può, capito? Bisogna che tu vada al tramite... Penso e ripenso, non so come ripensare: ci ritorno. Però avanti preparai la cosa: «Sì, lo so che non ci posso parlare, che non ci posso... però, lei mi fa un favore? — [dico] a questa guardia — di fargli un’ambasciata, al colonnello.»

«Cosa gli devo dire?» «Gli devo dire... gli deve dire che c’è un certo Agostini di Poppi, che è stato in licenza, è stato in casa sua perché è amico con il suo fratello e con la sua mamma. E siccome, parlando con loro, gli ha detto che è militare a Lecce, insomma alla scuola di pilotaggio, la sua mamma gli ha detto: “Ma guarda! ho il mio figliolo laggiù, anche il mio figliolo c’è! — dice — Se pensavo... quando riparte lei?” Dico: “Io domattina, io domani riparto”. Dice: “Ma se pensavo così, gli compravo un po’ di calze, di quelle che gli ci vuole, insomma, così...” “Eh — dico — io domattina vado via”.

Allora gli dice, se... vuole parlare con questo di Poppi che è stato in casa sua dal suo fratello e dalla sua mamma». O te! Quando andò là che glielo disse... ( alzandosi in piedi )«Sì, se hai bisogno vieni!»

Andai, non gli raccontavo mica le novelle... (rimettendosi poi seduto), gli raccontavo la verità, che il fratello veniva a caccia quassù, una sega e un’altra94Espressione molto colloquiale, da prendere nel senso figurato: «una cosa e un’altra».. Quei quattro mesi che stetti lì, io non ero un primo aviere.

U.C. — Sì, sì, certo!

Ero un ufficiale!

U.C. — Un ufficiale!

Sempre a spasso, sempre in giro con lui! Tutte le sere in libera uscita! Ecco. E così andò la cosa.

Ritorno alla vita civile e contadina95Fine gennaio 1947. L’unico documento in nostro possesso (catalogo della Regia Aeronautica N° 130, ruolo matricolare) afferma che Agostini Natale, matricola N° 320164, è prosciolto dalla ferma speciale di mesi trenta e collocato in congedo illimitato il 10-12-1946. Ora una seconda mano aggiunge, sempre a penna ma senza data, che prosciolto dalla ferma egli è transitato nella categoria governativa. Comunque siano andate le cose, la memoria di Natale Agostini arrotonda semplicemente alla fine del mese (e dell’anno) seguente l’inizio di una nuova vita. Gli altri dati del catalogo relativi alle variazioni matricolari dell’aviere Agostini Natale sono purtroppo, con nostra grande delusione, molto meno affidabili della memoria del testimone: una stessa mano, diversa dalle due precedenti, scrive che l’8 settembre 1942 egli è preso come aviere volontario «in qualità di allievo elettricista» e, lo stesso giorno, «inviato in licenza straordinaria senza assegni in attesa dell’inizio del corso». Poi la medesima mano scrive che il 23 ottobre 1942 egli è «richiamato dalla suddetta licenza» e inviato ad «Ascoli Piceno per frequentarvi il corso elettricisti», senonché quello stesso identico giorno, dalla medesima mano, egli è anche «mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra e zona di operazioni»!

Da lì, poi, sono ritornato a casa. Tornai a casa in congedo perché a casa mia il mio povero babbo era malato. Chi gliele faceva le spese?! Io pigliavo... guarda che quando venni in congedo io, nel quarantasette, lo sai quanto pigliavo allora, quanto pigliavo, io, di mese? Tra indennità di speciali... Io pigliavo trentasette-trentottomila lire al mese!

U.C. — Era buono?

Ma scherzi se era buono? se era buono?!

U.C. — Però dovesti rinunciare perché...

Ma, dovetti... ma senti: io venni a casa, e allora i miei fratelli, quei due più piccini li ho fatti studiare tutti e due, sia Bruno che la...

U.C. — Tu sei il più grande.

... che la Chiara.I miei figli, non guardo, Antonio... Gra... Roberto ha fatto la Ragioneria e basta, ma se voleva fare l’università la faceva anche lui, capito? Non è che... Vedi, uno, è direttore di banca, non so quanti anni è, è quotato nella sua..., una insegna all’università in Francia, insomma, non è che... non sono rimasti con la terza elementare com’ero io! Via! ( si alza in piedi ).

U.C. — Sì, ma, dicevo, e gli americani... cioè, quando... il licenziamento, qualcosa ti fruttò?

Se mi fruttò?! ( si rimette seduto )

U.C. — La buonuscita.

Mi fruttò. No, non la buonuscita! Ci dissero che ci davano la paga dei loro soldati, però nel tempo che s’è fatto servizio...

U.C. — Gli americani?

Gli americani. Ci davano l’indennità di volo, gli scatti di... dopo due anni... — i primi due anni, poi c’è uno scatto, poi dopo... — ci davano tutto, però come a fare servizio nella aviazione italiana. Dopo un paio di mesi ch’ero a casa — tornai gli ultimi di gennaio...

U.C. — Del quaranta...?

Del quarantasette — di marzo, mi mandarono a chiamare al comando di Roma, mi dettero centocinquantottomila lire: la differenza dalla paga che si prendeva nell’aviazione italiana a quella di loro. Hai capito? Avevo paura anche a metterli in tasca!

U.C. — Cosa ci si comprava con cento...?

Eh, ci si comprava... Senti, con sessantatremila lire ci comprai, con sessantatremila lire, il corredo completo, per la mia Bruna e la mia Rina, che si sposarono tutte e due nel quarantasette. Non avevano niente niente niente. Si andò a Bibbiena... No, ma mica un corredo, un correducolo: non elegante ma comodo, necessario... abbastanza! Quasi esagerato, senti cosa...

E poi? E poi con quegli altri, e poi con quegli altri incominciai a guadagnarne! Solo... Tu lo sai che, dice: «Per lavorare, bisogna essere abituati.» Sì, bisogna averne voglia, per lavorare!! Lo sai che nel quarantasette io guadagnai sessantacinquemila lire a mietere il grano! Perché, prima mietetti il mio fieno, senti, poi finito il fieno, il due il tre di giugno partii con altri tre in Pian di Ripoli96Il Pian di Ripoli è situato sulla riva sinistra dell’Arno all’estremità sud-orientale della conca di Firenze.. Si mietette una diecina di giorni in Pian di Ripoli. Poi un contadino ch’era andato a stare in Pian di Ripoli, però veniva da Montiloro, qua, da Le Sieci97Località a sud-est di Firenze, situate sulla destra dell’Arno. lassù, aveva il podere da mietere lassù, Montiloro. Quegli altri volevano venire via, insomma: io e un altro di quei quattro, di quei quattro due vennero a casa, io e un altro di quelli si andò a Montiloro, si mietette un’altra diecina o dodici giorni, anche tredici. In conclusione, si spartì i soldi quando si tornò, con questi... — si sarà mietuto circa venticinque di giorni...

U.C. — A mietere, come?

A mietere il fieno, il grano ( muove la mano destra orizzontalmente, come se impugnasse la falce ).

U.C. — A mano?

A mano, diamine!!

U.C. — Con la falce a mano?

Porca madosca98«Madosca», termine popolare, eufemismo per «madonna» in esclamazioni ed imprecazioni.!! Ma noi si lavorava fino alle undici, anche la mezzanotte qualche volta. Perché dopo si legava, di buio, e la mattina quando ci si levava99Levarsi, nel senso di alzarsi dal letto, voce regionale e letteraria., alle due, due e mezzo, ancora i calzoni scrollavano nella sedia! Ma si guadagnò sessantacinquemila lire per uno!!

Con quelle sessantacinquemila lire, senti, quasi altre cento m’erano rimaste, venni a casa, comprai dal Crèmoli di Corsignano un po’ di maiali, dodici maiali. Costavano. Belli! Ma costavano così, capito? Mi ricordo, nel giro d’un paio di mesi... — li comprai sessantacinquemila lire, lui voleva di più ma, poi, da ultimo gli dissi, a Ottavio: «Sono stato a mietere prima in Pian di Ripoli, e poi a Montiloro. Ho mietuto una trentina di giorni e ho preso, ho portato a casa sessantacinquemila lire, più non ne ho di più, non ve li posso dare». E allora disse: «Aspetta... me li davano diversi giorni fa, ma sei un ragazzo e tu mi garbi: te li do». Nel giro d’un paio di mesi, di sessantacinque, andai a pigliare intorno centomila lire perché mi crescevano... bene! E poi io, da allora, ho sempre commerciato. Facevo il contadino, ma ho sempre commerciato per conto mio: cento cose, i semini... cento cose! Insomma! E ora, siamo qua!

U.C. — Siamo qua! Oggi siamo il...

... Dieci!

U.C. — Dieci ottobre 2005, lunedì. Alle dodici e un quarto finisce la cassetta ma non si finisce ancora noi, comunque per ora si sospende.

( Alzandosi dalla poltrona ) Oh! Dio Dio!( rivolto ad Urbano ) S’è chiacchierato tanto!

  • 1. Questa versione in vernacolo toscano accompagna il video dell’intervista nella sezione del sito web dedicata alle testimonianze audio. La trascrittrice ha cercato di rispettare il più fedelmente possibile gli aspetti fonico-ritmici, lessicali e sintattici del parlato del locutore.
  • 2. Inizio febbraio 1941. Il testimone citerà poi varie volte nel corso dell’intervista (cfr. il secondo capitolo) la data dell’8 febbraio 1941 come giorno in cui viene arruolato nell’aviazione ed inizia a frequentare i corsi della scuola militare.
  • 3. Perché il lettore possa avere un’idea delle modalità da noi assunte nell’adattare in italiano regionale l’intervista originale in toscano, limitandoci al caso assai rappresentativo dell’articolo «il», possiamo segnalare che il locutore usa tale forma solo nei rari momenti in cui controlla la qualità della propria dizione (nell’incipit per esempio, come anche nei passaggi più significativi del racconto), per il resto, ovvero quasi sempre, abbiamo diverse varianti toscane nord-orientali che dipendono dal contesto fonico-ritmico: «el, er, ’r» con mancata chiusura di /e/ protonico, spesso rotacismo di /l/ (per cui /l/ > /r/) e sovente aferesi vocalica di /e/. Abbiamo privilegiato l’adattamento in italiano regionale per garantire la leggibilità e la traducibilità del testo. Una trascrizione molto fine in vernacolo, che tenga conto di tutti i fenomeni linguistici caratteristici, accompagna invece il documento video.
  • 4. Variante letteraria e toscana di «vedo», usata in questo contesto nel senso di «capisco».
  • 5. Gli interventi di Urbano Cipriani saranno d’ora innanzi indicati in corsivo ed introdotti con le iniziali del suo nome.
  • 6. Diminutivo del nome proprio Natale.
  • 7. La locuzione «bell’e» (+ participio passato) indica un’azione «definitivamente» compiuta.
  • 8. Variante toscana o letteraria di «vado».
  • 9. L’articolo «un» significa qui «circa».
  • 10. L’aggettivo «bona» ha il rimonottongamento tipico toscano rispetto alla forma dell’italiano standard «buona». Rinunciamo a segnalare i numerosi rimonottongamenti presenti nel parlato dell’intervistato.
  • 11. Ripetizioni tipo «vo vo» e forme ridondanti come «a me mi» sono caratteristiche del parlato.
  • 12. Nel senso concreto del termine: una delle prove consisteva nel non perdere l’equilibrio cadendo all’improvviso dall’alto di un trabocchetto in uno spazio sottostante e nell’eseguire subito una serie di ordini.
  • 13. Ovvero una grande quantità.
  • 14. La proposizione «che ci s’era intorno dugentocinquanta dugentosessanta persone», introdotta da un «che polivalente», significa «in cui eravamo circa dugentocinquanta dugentosessanta persone». «Dugento», variante letteraria e toscana di «duecento».
  • 15. Dei cinque anni di scuola elementare, Natalino ha quindi effettivamente frequentato solo i primi tre. Per ottenere la licenza elementare, gli ultimi due anni ha studiato da privatista.
  • 16. Il ciclo scolastico dopo la scuola primaria (le Elementari), quello della scuola secondaria di primo grado (le Medie), in Italia dura tre anni.
  • 17. 8 febbraio 1941 – 8 settembre 1943.
  • 18. Tipico esempio di «mutamento di progetto» del locutore che corregge subito di seguito la sua stessa affermazione: non un’ora ma due ore ogni settimana.
  • 19. L’/i/ prostetico prima di /s/ impura e dopo consonante, come in questo contesto preciso, è ormai da considerare un fossile linguistico giacché è ancora oggi riscontrabile in Toscana solo presso locutori molto anziani. Le prime attestazioni del fenomeno invece sono state rilevate in alcuni graffiti di Pompei del 79 d.C.
  • 20. Variante regionale di «bucate».
  • 21. Mutamento di progetto: il locutore si appresta a dire «mandare al fronte» e poi corregge con «mandare via».
  • 22. Termine dispregiativo per indicare un contadino: le zolle sono i pezzi di terra compatta che l’agricoltore stacca dal terreno sodo con l’aratro.
  • 23. Articolo «lu» invece di «lo», tipico delle regioni centromeridionali, con aferesi consonantica «’u».
  • 24. Interiezione tipica toscana usata per introdurre un’esortazione o una domanda retorica e nelle risposte per esprimere meraviglia (forse forma apocopata di «ora»).
  • 25. Due varianti letterarie e toscane, «fori, fora», dell’avverbio «fuori».
  • 26. In questo contesto, il termine «domande» va letto come «risposte».
  • 27. Forma aferetica, sovente ridondante, al contempo letteraria e toscana, del pronome soggetto «ella».
  • 28. C’erano i figli dei capoccia, dei gerarchi. Nel toscano parlato «c’era» è usato spesso al posto di «c’erano».
  • 29. Evento da situare al massimo alla fine del giugno 1943 o inizio luglio poiché gli Alleati sbarcano in Sicilia il 10 luglio.
  • 30. 8 settembre – inizio novembre 1943. Dopo lo sbarco delle truppe alleate a Reggio Calabria, il governo del maresciallo Pietro Badoglio firma il 3 settembre l’armistizio di Cassibile tra l’esercito italiano e quello alleato. L’annuncio è fatto agli italiani alla radio l’8 settembre mentre gli alleati approdano a Salerno, sotto Napoli, e il governo, Badoglio e il re si rifugiano a Brindisi sotto la protezione degli anglo-americani. L’armistizio coglie completamente impreparate le forze armate italiane.
  • 31. Fenomeno di concrezione parziale dell’articolo per cui il locutore pensa che il sostantivo in questione inizi per vocale: «l’aradio».
  • 32. Toscanismo per «molto, parecchio».
  • 33. I partigiani comunisti del maresciallo Tito.
  • 34. Pendio montuoso con forte pendenza.
  • 35. Toscanismo che sta per «bacche».
  • 36. Parola toscana e letteraria che significa: «in codesto luogo», ovvero un luogo situato lontano da chi parla ma vicino a chi ascolta.
  • 37. Ovvero la «mano»: l’uscita femminile in –a è analogica.
  • 38. Toscanismo per «nevicato».
  • 39. Secondo un calendario lunare consultato on line, l’Ognissanti del 1° novembre 1943 è un lunedì con un timido spicchio di luna crescente: il primo quarto è il venerdì 5. La fuga ha dunque luogo probabilmente il 2 o il 3 novembre.
  • 40. L’espressione «una cosa e un’altra» qui significa «[da] varie cose».
  • 41. Metà novembre 1943 – inizio giugno 1944. Il testimone affermerà a varie riprese di essere arrivato in Germania verso l’inizio di novembre o comunque a metà novembre. Varie inchieste, gentilmente realizzate per noi da Alessandro Tuzza, sulle partenze dei convogli di deportati civili e militari dalla stazione ferroviaria di Trieste nel novembre 1943 sembrerebbero spostare decisamente tale evento verso la fine del mese. Una chiarificazione, sulla data di arrivo in Germania e soprattutto sulla cittadina in cui è stato deportato il testimone-narratore, si potrà forse avere se la WAST berlinese da noi sollecitata sarà in grado di ritrovare, nei suoi archivi della Seconda Guerra mondiale, il regolare permesso di soggiorno di lavoratore civile rilasciato in Germania a Natale Agostini. Per quanto concerne invece la sua fuga e il ritorno in Italia, per motivi precisi che vedremo in seguito tali eventi vanno spostati come minimo alla fine di giugno di quella stessa estate.
  • 42. Il testimone qui confonde «israeliani» con «israeliti».
  • 43. Un buio già crepuscolare.
  • 44. Essendo «la gente» un sostantivo singolare con valore collettivo, il verbo al plurale costituisce in qualche modo un accordo a senso tipico del parlato.
  • 45. L’appellativo «tedesco» non sarà mai usato dal narratore per definire i civili, ma sempre i militari germanici.
  • 46. L’espressione «la casa di questo coso» è ripetuta due volte ma il narratore non esprime affatto un sentimento di disprezzo verso il vecchio proprietario terriero chiamandolo «coso», quanto piuttosto la sua incertezza nel definirne lo statuto identitario ai suoi occhi non ben identificato: sceglierà poi, rifiutando l’appellativo negativo «tedesco», quelli di «vecchio», «colono» e «contadino».
  • 47. In un’altra conversazione avuta con Urbano Cipriani il 6 settembre 2005, Natalino afferma che si tratta della città di Brema sul Danubio. Ma nella grande città industriale di Brema (in tedesco: Bremen) situata nel Nord-Ovest della Germania non scorre il Danubio. Il testimone si è allora confuso? In verità, nel Sud-Ovest del paese, vicino alla Svizzera tedesca, esiste una cittadina chiamata Hohentengen-Bremen posta su un piccolo affluente del Danubio. Essa costituisce uno snodo ferroviario forse strategico del Baden Württenberg, non lontano dai giacimenti di carbon fossile, e il suo paesaggio agrario sembra corrispondere a quello qui descritto.
  • 48. Termine vernacolare per «conigli».
  • 49. L’«ocio» in toscano designa l’«oca».
  • 50. Voce diffusa in tutta la regione per indicare l’«aratro».
  • 51. Variante vernacolare di «solco».
  • 52. In toscano la parola «balla» designa un grande sacco di iuta.
  • 53. Il verbo «struffare» è forma vernacolare per «strofinare, fregare ripetutamente una superficie».
  • 54. In frasi esclamative di questo tipo, il pronome «io» è usato al posto del sostantivo «dio», come se ne costituisse la forma aferetica e quindi, in qualche modo, nominabile: «[D]io caro!»
  • 55. Contentissimo.
  • 56. Cioè «buonanotte», «gute Nacht». La lingua tedesca di Natalino è molto approssimativa e, sul piano fonetico, caratterizzata da una netta influenza della pronuncia toscana (per esempio aggiunge spesso una vocale alla fine dei monosillabi tonici o delle parole tronche che terminano con una consonante: Nacht > nacche).
  • 57. La negazione «no», «nein».
  • 58. Il termine «lavoro», «Arbeit».
  • 59. Questo verbo, con altre due varianti: «nappe» e «snappe» corrisponde al tedesco «schlafen», dormire.
  • 60. «Nein! Nein! Du morgen schlafen: nicht weg, nicht arbeiten», ovvero: «No, no! Tu domani dormire: restare qui, no lavorare».
  • 61. «Schlafen, um acht, neun aufstehen», ovvero: «Dormire, alle otto, nove alzarsi».
  • 62. «Ich arbeite, ich arbeite», cioè: «Lavoro io, lavoro io».
  • 63. «Morgen schlafen fünf, sechs aufstehen», ovvero: «Domani dormire, cinque, sei alzarsi».
  • 64. Angiolo è la variante toscana del nome proprio Angelo, quindi il narratore toscanizza il nome tedesco dell’amico Engel.
  • 65. Inizio giugno 1944. Di fatto, non è fine maggio ma come minimo alla fine del mese di giugno che avviene la fuga. D’altronde nella già citata conversazione del 6 settembre 2005 con Urbano, Natalino afferma di essere rimasto in Germania otto mesi (invece di sette), informazione che conferma una sua più tardiva partenza. Arrivato alla stazione di Firenze Santa Maria Novella verso l’inizio di luglio, egli trova la città ancora occupata dai tedeschi (Arezzo, 80 chilometri più a sud, sarà liberata dagli angloamericani solo il 16 luglio). Il fronte di guerra diventa allora sempre più attivo proprio in Casentino dove gli alleati, risalendo dopo Arezzo la valle lungo l’Arno, conquistano Subbiano e si spingono nella zona tra Rassina e Bibbiena: per questo il dieci agosto le cucine dei tedeschi sono già state spostate da Rassina a Monte, vicino alla Mausolea. Il paese natale del testimone-narratore, Avena, è evacuato dalla polizia tedesca e dai gendarmi perché situato nello stretto raggio della Linea Gotica: tale sfollamento ha luogo dopo quello di Banzena del cinque agosto. La Linea Gotica è costituita da una serie di fortificazioni difensive costruite dalla Todt lungo i 320 chilometri della dorsale appenninica che vanno da Massa-Carrara a Pesaro, cioè dalla Versilia alle Marche. La Linea Gotica, voluta da Hitler e dal maresciallo Kesserling, puntava ad un arroccamento a oltranza dell’esercito tedesco sull’Appennino tosco-romagnolo e tosco-emiliano per bloccare, dopo la presa di Montecassino e la successiva liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno 1944, l’avanzata degli eserciti anglo-americani verso il nord d’Italia.
  • 66. Società di autolinee.
  • 67. Il nome proprio preciso di questa fattoria dei frati camaldolesi situata tra Partina e Soci è la Mausolea ma molti casentinesi, anche Don Antonio Buffadini nel suo diario di guerra, semplificano lo iato «à-u» in «ù». Occorre segnalare che, con un’ellissi cronologica notevole, il narratore salta un mese di lavoro forzato sulla Linea Gotica come operaio della Todt (organizzazione della Wehrmacht), e la sua fuga dal fronte montano ad Avena alla notizia delle evacuazioni e delle deportazioni forzate.
  • 68. Espressione volgare per dire, in senso figurato, «non avevo la più pallida idea», «non sapevo nulla».
  • 69. Nel toscano parlato «gli» è usato anche per il femminile «le» e per il plurale «loro».
  • 70. Ancora una forma del parlato regionale che «trasgredisce» le regole della grammatica italiana: «suo» sta qui per «loro».
  • 71. Un grande viottolo, una stradina campestre.
  • 72. Doppia negazione tipica del toscano parlato e letterario: non ce n’erano affatto, per niente.
  • 73. Alla negazione tedesca «no», «nein», toscanizzata in «nae» fa eco qui la negazione toscana «noe» in cui il monosillabo tonico diventa piano grazie all’aggiunta della vocale finale /e/: «nae» — «noe»!
  • 74. Toscanismo che sta per «urlo».
  • 75. Stanza a pianterreno, spesso senza finestre laterali e con una grande porta d’ingresso.
  • 76. Nel toscano parlato l’articolo e il possessivo, anche nel caso di parentela stretta, non si escludono l’un l’altro.
  • 77. «Nicht um acht, um sechs», cioè «Non alle otto, ma alle sei». La traduzione del narratore è dunque inesatta.
  • 78. «Ich… ich… Papier», ovvero «io… io… cartamodello».
  • 79. «Ich alleine».
  • 80. Fatto salvo che non siamo in giugno ma in agosto, la successione degli eventi è altamente probabile. Gli sfollati avenesi sono infatti condotti dopo il cinque agosto, a piedi, con la forza, alla Mausolea (via la Sova, Ragginopoli e Soci) e il 10 agosto il fronte si è già spostato lungo l’Arno nella zona tra Rassina e Bibbiena.
  • 81. Quando la dizione non è troppo controllata, la forma tronca degli infiniti, come anche il mancato dittongamento di «bone», sono caratteristiche costanti del parlato regionale.
  • 82. In grassetto indichiamo le varianti lessicali inserite nella ripetizione della performance stessa.
  • 83. Al Sasso alla Lippa di Montanino, come a Cerreta vicino a Camaldoli, c’erano i cannoni della Linea Gotica che tiravano sulla valle del Casentino e su Poppi in particolare.
  • 84. Ente per l’assistenza medica e in particolare per il trasporto di feriti e ammalati.
  • 85. Carcere militare. L’olio è quello di ricino, il noto strumento punitivo-purgativo usato dal regime fascista.
  • 86. «Citte» è un termine dialettale che significa «bambine», «ragazze», qui sta piuttosto per «fidanzate».
  • 87. Luglio 1944-maggio 1946. Arruolamento nell’aviazione USA da spostare almeno a (metà) agosto 1944.
  • 88. Alberto Rabagliati era un celebre cantante dell’epoca, precedentemente sfollato a Lierna, vicino a Poppi.
  • 89. Si tratta, viste le dichiarazioni da lui fatte subito dopo, di ventidue mesi circa, dall’agosto 1944 al maggio 1946. Ricordiamo che gli alleati liberarono Rimini il 21 settembre 1944.
  • 90. Giugno 1946.
  • 91. Più precisamente: Villa Osti, centro meteorologico dell’Aeronautica militare italiana.
  • 92. Natale è all’epoca un mezzadro della famiglia Brami di Bibbiena.
  • 93. Variante regionale di «polenta».
  • 94. Espressione molto colloquiale, da prendere nel senso figurato: «una cosa e un’altra».
  • 95. Fine gennaio 1947. L’unico documento in nostro possesso (catalogo della Regia Aeronautica N° 130, ruolo matricolare) afferma che Agostini Natale, matricola N° 320164, è prosciolto dalla ferma speciale di mesi trenta e collocato in congedo illimitato il 10-12-1946. Ora una seconda mano aggiunge, sempre a penna ma senza data, che prosciolto dalla ferma egli è transitato nella categoria governativa. Comunque siano andate le cose, la memoria di Natale Agostini arrotonda semplicemente alla fine del mese (e dell’anno) seguente l’inizio di una nuova vita. Gli altri dati del catalogo relativi alle variazioni matricolari dell’aviere Agostini Natale sono purtroppo, con nostra grande delusione, molto meno affidabili della memoria del testimone: una stessa mano, diversa dalle due precedenti, scrive che l’8 settembre 1942 egli è preso come aviere volontario «in qualità di allievo elettricista» e, lo stesso giorno, «inviato in licenza straordinaria senza assegni in attesa dell’inizio del corso». Poi la medesima mano scrive che il 23 ottobre 1942 egli è «richiamato dalla suddetta licenza» e inviato ad «Ascoli Piceno per frequentarvi il corso elettricisti», senonché quello stesso identico giorno, dalla medesima mano, egli è anche «mobilitato in territorio dichiarato in stato di guerra e zona di operazioni»!
  • 96. Il Pian di Ripoli è situato sulla riva sinistra dell’Arno all’estremità sud-orientale della conca di Firenze.
  • 97. Località a sud-est di Firenze, situate sulla destra dell’Arno.
  • 98. «Madosca», termine popolare, eufemismo per «madonna» in esclamazioni ed imprecazioni.
  • 99. Levarsi, nel senso di alzarsi dal letto, voce regionale e letteraria.
Numero di catalogo:
  • Numéro: MR001
  • Lieu: Centro documentazione guerra e resistenza Biblioteca Rilli-Vettori, Poppi, Arezzo
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